In quale mese si nasce di più in Italia?

TI SEI MAI CHIESTO SE ESISTE UN DETERMINATO PERIODO DELL’ANNO IN CUI SI REGISTRA UN MAGGIORE NUMERO DI NASCITE?


Facendo qualche ricerca e basandosi sui dati raccolti dall’ISTAT è possibile stabilire in che mese in Italia si registri il maggior numero di nascite ma, per poter motivare adeguatamente la risposta ed incoronare il mese vincitore, è necessario guardare alla lente d’ingrandimento anche i diversi contesti sociali che circondano il concepimento. Leggendo i dati sembra che a partire dalla crisi economica del 2008 in Italia, proprio a causa di motivi sociali, politici ed economici, si sia registrato un trend negativo dei tassi di natalità ed un consequenziale aumento dell’età materna in modo più marcato rispetto ad altri paesi Europei. Anche se questo tasso di denatalità non accenna a diminuire, a partire dal 2013 fino al 2021 si osserva comunque come un periodo sia quello in cui si registrano il maggior numero di nascite ed è interessante notare come è stato mantenuto il suo record anche durante l’anno della pandemia. Volendo stilare una classifica il mese vincitore risulta Settembre, in particolare verso la fine del mese! In seconda posizione troviamo Ottobre, mentre Agosto si classifica al terzo posto.

Risulta naturale domandarsi perché il periodo preferito per concepire sia proprio quello delle festività natalizie… No, meglio non assecondare la malizia e credere che il freddo o una sbronza di Capodanno siano dei facilitatori per il concepimento. Più probabilmente, durante le vacanze di Natale e di fine anno molte coppie hanno semplicemente più tempo per stare insieme e, magari, l’atmosfera festosa può allentare la pressione dello stress, uno dei principali nemici del concepimento. La spiegazione più probabile sembra coincidere dunque con fattori psicologici e, banalmente, di tempo. A tal proposito, mediante un’analisi delle ricerche effettuate sul web, pare che le domande relative al sesso e l’accoppiamento raggiungano il picco proprio durante i mesi invernali.

Alcuni studiosi ritengono che ci siano anche delle spiegazioni biologiche e fisiologiche sul perché in Italia le nascite subiscono un’impennata verso fine settembre : a differenza del mondo animale, in particolare relativamente ai mammiferi, gli esseri umani possono avere rapporti sessuali in qualsiasi momento, senza doversi preoccupare se la prole abbia il cibo e le risorse necessarie per sopravvivere in una stagione piuttosto che in un’altra, oppure dover fare i conti con il periodo di estro/anestro.

Ovviamente questa classifica non è da intendersi come assoluta e certamente non esiste un periodo migliore rispetto ad un altro, i neonati nascono ogni mese, settimana, giorno ed ora. È comunque interessante indagare le motivazioni biologiche, emotive, economiche e sociali che governano questi fenomeni e che a volte sono in contrasto con la credenza popolare che ritiene l’estate l’epoca durante la quale si registrano più nascite.

Anche se probabilmente potrebbe trattarsi solo di un caso, anche noi del Team NATIVA, pur essendo impegnati all’interno dei laboratori per fini di ricerca e in tutte le varie attività lavorative durante tutto l’anno, registriamo il maggior numero di richieste di test proprio nei mesi invernali!

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Voglie in gravidanza: cosa c’è da sapere tra leggenda e realtà?

La #gravidanza determina per la donna molti cambiamenti, alcuni dei quali si manifestano con comportamenti e abitudini del tutto nuovi, come le “voglie”. Ma si tratta di qualcosa di reale o una rappresentazione di nostri desideri? Le #voglie, pur non avendo fondamento scientifico, possono scatenare l’improvvisa necessità, a tutte le ore del giorno e della notte, di svariate tipologie di alimenti. Anche se fino a qualche anno fa si credeva che le voglie in gravidanza fossero solamente una leggenda, secondo alcuni studi pare che circa il 40% – 50% delle donne abbia provato questa sensazione almeno una volta durante la gravidanza.



Cosa sono le voglie?

Le “voglie” non sono un momento di follia! Sono semplicemente una manifestazione improvvisa del desiderio di cibo, spesso caratterizzato da abbinamenti culinari strampalati, assurdi e molto fantasiosi. Solitamente capita spesso nel primo trimestre, ma in realtà possono verificarsi durante tutti e 9 i mesi.

A cosa sono dovute le voglie?
Questa sicuramente è una domanda particolarmente complessa. Questo perché, non tanto dal punto di vista biochimico in sé, le “voglie” coinvolgono aspetti emotivi, psicologici e percettivi di difficile definizione e quantificazione. Secondo diverse teorie condivise, questi impulsi, che i medici chiamano con la parola inglese 𝒄𝒓𝒂𝒗𝒊𝒏𝒈, sono dovute principalmente a:

Fattori ormonali e fisiologici :
Durante la gravidanza il #metabolismo cambia in seguito alla stimolazione ormonale e quindi può aumentare il desiderio di certi alimenti! Tra l’altro gli estrogeni sembrano influenzare anche il gusto e l’olfatto e per tale motivo può capitare di desiderare fortemente alimenti che prima si detestavano.
Fattore psicologico :
la gestazione è un periodo molto delicato per la futura mamma che ha bisogno di coccole e tenerezze! Le “voglie” potrebbero rappresentare una ricerca di attenzione attraverso il desiderio di essere coccolata e viziata, anche dal punto di vista alimentare! La voglia permette di avere accesso ad un vero e proprio comfort food che fa sentire meglio e gratifica la neomamma.
Campanello di “allarme” :
si va alla ricerca di alimenti ad alto contenuto energetico perché il nostro corpo ci sta segnalando che aumenta il fabbisogno di calorie e non ne assumiamo abbastanza!

Esempi più assurdi
Fortunatamente molto di rado, possono presentarsi anche “voglie” totalmente assurde di prodotti non commestibili (come terra, ghiaccio, intonaco, etc.) o di abbinamenti alimentari improbabili anche nelle cucine fusion più avanguardiste che potremmo mai trovare: si tratta di un disturbo detto “pica” o “picacismo” che è poco conosciuto e che potrebbe avere origine in carenze nutrizionali o psicologiche.

Esistono dei cibi maggiormente richiesti?
Le gestanti sembrano più sensibili ai cibi dolci ed hanno una forte attrazione verso i cibi ipercalorici: si tratta di una delle vie di trasmissione del segnale dei neuroni dopaminergici (la dopamina è un neurotrasmettitore chiave nei comportamenti motivazionali). Spesso si riporta anche la volontà di assumere carboidrati amidacei, oppure si sente la necessità di Fast food, patatine fritte e cibi piccanti. Si accentua anche la necessità di mangiare dei cibi che di norma sono fortemente sconsigliati durante il periodo di dolce attesa, come prosciutto, salame o altri cibi crudi di origine animale.

Attenzione, i cibi ipercalorici possono avere ripercussioni sulla salute del nascituro
Fermo restando che per vivere una gravidanza serena il suggerimento rimane comunque di soddisfare le “voglie”, partendo dal principio che la donna incinta può togliersi qualche sfizio in più, è importante tenere presente che le “voglie” persistenti potrebbero avere alcune conseguenze sui figli e sulle mamme: influendo sul metabolismo, sullo sviluppo dei circuiti neurali che regolano l’assunzione di cibo, portando ad un aumento di peso, ansia e disturbi alimentari e sulla modulazione del  Microbiota Intestinale

Le voglie non soddisfatte mettono a rischio la pelle del tuo bambino?
Secondo alcune credenze popolari, se le “voglie” non vengono soddisfatte, possono portare la comparsa di macchie permanenti sulla pelle dei neonati. Puoi stare tranquilla, pur non conoscendo e comprendendo la causa di questo fenomeno, siamo sicuri che gli attacchi di gola non soddisfatti non diventeranno mai macchie sulla pelle del tuo bimbo e che non avranno la forma e il colore del cibo che desideravi in quel momento. Quelle che vengono definite “voglie” sul corpo del tuo bimbo non sono altro che possibili angiomi, anomalie più o meno estese dei vasi sanguigni, oppure un eccesso di melanina, in genere senza particolari conseguenze a parte, a volte, quelle estetiche.

Conclusioni?
Non sappiamo se gli studi effettuati abbiano evidenze scientifiche ma, se è assolutamente falso che le voglie non soddisfatte si trasformano in macchie sulla pelle del bimbo, è invece verissimo che le donne in gravidanza sperimentano spesso questo fenomeno. Ma non devi temere, non sarà per sempre! Questa tipologia di ansia alimentare è tipica solo durante la gravidanza e scomparirà nei periodi successivi al parto.

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Perchè si celebra la Giornata Mondiale dell’Embriologia?

Oggi, 25 Luglio, è la Giornata Mondiale dell’ Embriologia. In greco εμβρυολογία, è la branca della biologia che studia i processi tramite i quali gli organismi crescono e si sviluppano prima della nascita, riferendosi in particolare allo studio degli organismi tra lo stadio unicellulare (generalmente, lo zigote) e l’inizio della vita indipendente.

Si tratta di una data non casuale poiché coincide con la nascita della prima bambina venuta al mondo esattamente il 25 Luglio 1978 attraverso la procedura di PMA progettata dal Prof. Geoffrey Edwards , pioniere dell’ applicazione del metodo FIVET e vincitore del premio Nobel. Da quel momento in poi il mondo della Procreazione Medicalmente Assistita, si è evoluto sempre di più. Grazie a tale sviluppo, le coppie che fino a quel momento erano segnate dall’ etichetta dell’infertilità, hanno potuto realizzare il proprio desiderio di avere un figlio. In Italia, invece, la prima bambina concepita con tecniche di PMA fu Alessandra Abbisogno, nata a Napoli nel 1983 grazie all’équipe del professor Vincenzo Abate, illustre ginecologo rientrato in Italia dopo anni di studi negli USA. Le tecniche di manipolazione dei gameti umani, In Italia, erano precedentemente regolate dalla legge 40/2004. Ad oggi di questa legge rimane ben poco in seguito alle numerose sentenze, sia dei tribunali ordinari che della Corte Costituzionale, che ne hanno smantellato l’impostazione proibizionista.

Grazie all’ovodonazione e alle tecniche di PMA molte coppie con difficoltà nel concepimento dovute a differenti e varie situazioni fisiologiche, possono realizzare il sogno di mettere al mondo dei figli. Tutto ciò è reso possibile da medici ed equipe dedicate e, grazie alla loro dedizione, ogni giorno I confini di ciò che è possibile con la fecondazione in vitro e il trattamento della fertilità vengono continuamente ampliati nascono nuove scoperte.

È da tenere in considerazione che diversi fattori influiscono sulla fertilità e sulla salute della coppi, come ad esempio l’età. Anche per questo motivo, sia in caso di gravidanza spontanea che da concepimento assistito, è fondamentale che alle scadenze previste la gestante si sottoponga ai controlli medici ed ecografici prescritti dal ginecologo. Ad esempio, il NIPT è particolarmente indicato in caso di gestanti con precedenti aborti e per gravidanze ottenute tramite fecondazione medicalmente assistita (sia omologa che eterologa).

La Giornata mondiale della fecondazione in vitro viene dunque celebrata ogni anno per incoraggiare discussioni aperte sulle lotte per l’infertilità e sui progressi nel trattamento. È possibile abbattere lo stigma prevalente e aumentare la consapevolezza del tumulto fisico ed emotivo che la maggior parte degli individui e delle coppie attraversa a causa delle lotte per l’infertilità.

Di seguito gli strabilianti numeri del mondo della PMA: In Italia, solo nel 2019, calcolando utte le tecniche ( come IUI, tecniche a fresco, scongelamento di embrioni e di ovociti, donazione di gameti maschili e femminili)* sono state trattate 78.618 coppie, sono stati iniziati 99.062 cicli e sono nati vivi 14.162 bambini. (Fonte https://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_3162_allegato.pdf)

L’articolo di cui sopra è solo a scopo informativo e non intende essere un sostituto della consulenza medica professionale.

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Microbiota Intestinale e benessere femminile

In occasione della #WorldMicrobiomeDay è importante riportare come negli ultimi anni l’interesse nei confronti del microbiota sia aumentato esponenzialmente per il suo ruolo nei vari distretti del nostro corpo: dall’intestino, alla cute, all’apparato genitale femminile in relazione alla salute generale e della fertilità.

Il microbiota di ogni individuo è differente ed è influenzato da diversi fattori, come l’età, l’attività fisica, l’alimentazione, l’habitat, la derivazione geografica, i contatti con l’esterno, con le altre persone o con gli animali e l’uso di farmaci.

La ricerca di metodiche per definire nel dettaglio la composizione del microbiota intestinale è stimolata dall’aver scoperto la presenza di una correlazione tra la sua alterazione e un’aumentata incidenza di patologie dovute ad una disbiosi della flora vaginale e endometriale con conseguente impatto anche sulla fertilità e su una desiderata gravidanza.

Numerosi studi rivelano che diverse cause di sbilanciamento del microbiota vaginale sono causate da uno squilibrio del microbiota intestinale. È ormai noto che il microbiota intestinale ha effetti regolatori sui livelli di estrogeni circolanti nel circolo sanguigno femminile mediante microrganismi definiti estroboloma. Alcuni microorganismi presenti a livello intestinale, infatti, sono in grado di produrre enzimi chiamati Beta-glucuronidasi. Questi enzimi, rendendo gli estrogeni liberi dalle loro proteine di trasporto, li trasformano nella loro forma attiva.

Oltre alla regolazione degli estrogeni, quando la barriera intestinale risulta alterata, ci si espone al passaggio di microrganismi e/o altre sostanze nel circolo sanguigno fino a raggiungere l’apparato vaginale, alterando potenzialmente il microbiota “locale”. Gli stili di vita possono modulare il microbiota intestinale o vaginale avendo un impatto importante sulle fasi pre e post natali, incidendo sulla fertilità, sulla prosecuzione della gravidanza, su eventuali complicazioni ostetriche o durante l’allattamento ed il puerperio. Ovviamente bisogna preoccuparsi, basterà semplicemente rivolgersi al proprio medico curante in caso di dubbi.

Ad oggi, infatti, Il microbiota può essere monitorato e, a seconda delle necessità, modulato fino al raggiungimento di uno stato di eubiosi, ossia di equilibrio. Donne e neo-mamme possono essere sottoposte a uno screening che permetta di eseguire degli interventi mirati come ad esempio terapie batteriche, diete e modificazioni degli stili di vita che normalizzano il microbiota ripristinando una protezione batterica.

Una risposta definitiva ad oggi non esiste, ma, per fornire il miglior supporto alla donna, è fondamentale poter proseguire le ricerche volte al sostegno di questo importante “organo”, definito ormai così da numerosi scienziati.

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VACCINAZIONE CONTRO IL COVID-19 IN GRAVIDANZA E ALLATTAMENTO

 

“-..Non abbiamo alcun motivo per credere che ci saranno rischi specifici che superino i benefici della vaccinazione nelle donne in gravidanza”.

 

La vaccinazione Anti Covid, continua ad essere raccomandata per: donne incinte ad alto rischio di esposizione a Sars-Cov-2 come gli operatori sanitari o che hanno comorbidità che si aggiungono al rischio di malattia grave”.

Le donne incinte sono state escluse nei test clinici tramite i quali è stato dato l’ok agli Enti regolatori del vaccino di Pfizer-BioNTech, Moderna e Astrazeneca. A causa dei dati insufficienti l’Organizzazione Mondiale della Sanità OMS – al momento non raccomanda in modo diretto la vaccinazione delle donne in gravidanza, rimandando al medico curante la possibilità di prendere in considerazione la vaccinazione nel caso in cui una donna incinta abbia un rischio inevitabile ed elevato di esposizione al Virus Covid-19.  

”..Dovrebbe essere deciso in stretta consultazione con un operatore sanitario dopo aver considerato i benefici e i rischi”.   

  Su tutta la faccenda l’Agenzia del Farmaco Italiano AIFA – sui vaccini Moderna e Pfizer-BioNTech afferma che i dati sull’uso di questi vaccini durante la gravidanza e l’allattamento sono tuttora molto limitati, tuttavia studi di laboratorio sugli animali non hanno mostrato effetti dannosi. Gli studi condotti finora non hanno evidenziato né suggerito meccanismi biologici che possano associare i vaccini a mRNA ad effetti avversi in gravidanza e i dati di laboratorio su animali suggeriscono l’assenza di rischio da vaccinazione. Al momento comunque le donne in gravidanza e in fase di allattamento non sono tra i gruppi con priorità per la vaccinazione, che ad oggi non è raccomandata di routine per loro. Secondo quanto riportato da studi condotti dall’Istituto Superiore di SanitàIss – e sottoscritti dalla Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia – SIGO – in linea generale le gestanti in buona salute presentano un rischio basso di gravi esiti materni e perinatali, mentre le donne incinta che presentano malattie pregresse (come ipertensione e/o obesità) e la cittadinanza non italiana sono associate ad un maggior rischio di complicanze gravi dovute da Covid-19.  

“..i vaccini non sono controindicati e non escludono a priori le donne in gravidanza dalla vaccinazione, perché la gravidanza, soprattutto se combinata con altri fattori di rischio come il diabete, le malattie cardiovascolari e l’obesità, potrebbe renderle maggiormente esposte a rischi in caso di malattia Covid-19 grave”.

  Secondo il documento del Servizio di Sorveglianza Ostetrica dell’Istituto Superiore Sanità – ISS -, sui rischi del vaccino anti Covid-19 in gravidanza e allattamento, i fattori di rischio che la letteratura internazionale riporta come associati alle forme gravi di questo Virus sarebbero dunque:
  • L’età materna superiore ai 35 anni
  • Precedenti comorbidità come asma, obesità, diabete, ipertensione,
  • L’appartenenza a minoranze etniche: le donne di cittadinanza africana, asiatica, centro e sud-americana ed est-europea.
In estrema sintesi precisano gli esperti che i dati ItOSS confermano che le donne in gravidanza non hanno un maggior rischio rispetto alla popolazione generale di contrarre l’infezione da SARS-CoV-2 e che, salvo per le donne con pregresse comorbidità e cittadinanza non italiana, le forme cliniche e gli esiti della malattia sono per lo più lievi. Secondo ultimi aggiornamenti, anche le donne che allattano possono essere incluse nell’offerta vaccinale senza necessità di interrompere l’allattamento: “La vaccinazione viene giudicata compatibile con l’allattamento in virtù della plausibilità biologica che in un bambino allattato i rischi connessi alla vaccinazione COVID-19 della madre siano estremamente bassi, mentre l’interruzione dell’allattamento porterebbe ad una sicura perdita dei suoi ben documentati benefici”.  

“L’allattamento al seno va promosso, protetto e sostenuto in considerazione del positivo impatto su salute materno-infantile, società e ambiente…ne consegue che la formalizzazione di un’eventuale controindicazione ad allattare deve fondarsi su precise motivazioni medico-sanitarie”.

  FONTI:
  • Indicazioni ad interim su “Vaccinazione contro il COVID-19 in gravidanza e allattamento” – 09.01.2021 Italian Obstetric Surveillance System (ItOSS) – Istituto Superiore di Sanità – Aggiornamento del 31 gennaio 2021
  • Documento “COVID-19: consenso inter-societario su allattamento e vaccinazione” Sin, Società Italiana di Neonatologia, Sio, Società Italiana di Pediatria, SimP, Società Italiana di Medicina Perinatale, Sigo, Società Italiana di Ginecologia ed Ostetricia, Aogoi, Associazione Ostetrici e Ginecologi Ospedalieri Italiani e Simit, Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali.

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Mancanza di ferro in gravidanza: quasi triplicato il rischio di depressione

Il ferro è un metallo indispensabile al nostro organismo. Ha la funzione di permettere il trasporto dell’ossigeno da parte dei globuli rossi. Se i livelli di ferro nel sangue risultano troppo bassi, allora si manifestano sintomi come stanchezza, sbalzi d’umore e anemia.

Nel corso della gravidanza la mancanza di ferro potrebbe rivelarsi un problema molto importante perché durante tutta la gestazione la futura mamma necessita di quantità maggiori di questa sostanza per sopperire oltre che al proprio febbisognoi anche a quello del feto. Infatti, nel nascituro il ferro serve per formare i globuli rossi e quindi per un corretto sviluppo di tutti i suoi organi vitali. Il metallo passa dalla madre al piccolo attraverso la placenta.

In caso di carenza di ferro, è la made che per prima mostra segni di sofferenza perché la quantità che ha a disposizione viene interamente assorbita dal feto. In seguito, se la carenza persiste, si potrebbero manifestare effetti anche nel bambino, che potrebbe avere uno sviluppo ritardato per l’insufficienza dell’ossigeno all’interno dei globuli rossi. Questo potrebbe portare a parti prematuri, aborti e sottopeso alla nascita.

Uno studio svolto presso tre Università canadesi e precisamente la Hamilton, la McMaster e quella di Toronto ha affrontato un’altra importantissima causa della mancanza di ferro mettendo in evidenza il legame fra la carenza di ferro e la depressione durante i nove mesi di gravidanza. Il lavoro è stato pubblicato sul Journal of Obstetrics and Gynaecology e i risultati hanno fatto emergere che nelle donne in stato interessante che soffrono di carenza di ferro la possibilità di cadere in depressione sembrerebbe addirittura quasi triplicare.

È da tempo che la depressione è stata associata alla mancanza di ferro, ma solo in riferimento alla popolazione in generale, gli studiosi non si sono mai spinti in indagini rivolte alle donne durante la gravidanza, nonostante spesso si riscontri in loro la carenza di questo metallo. È stato calcolato che una futura mamma su 4 soffra di mancanza di ferro, dato che corrisponde al 22% delle donne in gravidanza.

I ricercatori hanno selezionato un campione di 142 gestanti e misurato la quantità di ferro presente nel loro sangue. Inoltre, sulla base delle risposte a questionari appositi hanno valutato l’eventuale presenza di disturbi depressivi. Dai risultati ottenuti è emerso che le donne in dolce attesa con carenza di ferro hanno un rischio quasi triplo, di 2,5 volte maggior, di soffrire di depressione durante i nove mesi di gravidanza rispetto alle gestanti che non sono risultate carenti del metallo. 

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Ginnastica in acqua, fonte di benefici per le future mamme

Svolgere attività fisica in acqua porta dei grandi benefici alle future mamme, se non ci sono controindicazioni individuate dal proprio medico,ed è consigliato a tutte. Fare esercizi in acqua dona salute al corpo perché aiuta a mantenersi in forma e contribuisce anche a far crescere il buon umore.

Il Journal of Obstetric, Gynecologic & Neonatal Nursing ha pubblicato i risultati di uno studio che ha mostrato come le donne in gravidanza, che dalla 20° alla 37° settimana di gestazione hanno praticato ginnastica in acqua, hanno un minor rischio di subire lesioni vaginali durante il parto. Le future mamme hanno circa 13 volte più probabilità di avere un perineo intatto dopo il parto.

Le donne in gravidanza, attraverso gli esercizi in acqua, evitano che il peso dell’utero e i cambiamenti ormonali procurino lesioni e traumi perineali. L’attività in acqua può essere praticata in assoluta tranquillità e sicurezza grazie all’aiuto dell’assenza di gravità e all’attenuata resistenza al movimento. In Spagna, l’ostetrica Raquel Rodrguez Blanque ha guidato un gruppo di ricercatori dell’ospedale universitario San Cecilio di Granada che hanno voluto analizzare come l’attività aerobica svolta in acqua sia di aiuto per rafforzare il perineo e i muscoli maggiormente stressati durante il travaglio.

La ricerca si è svolta su un gruppo formato da 65 donne in dolce attesa che hanno frequentato un programma di attività aerobica in acqua tre volte a settimana per 45 minuti ciascuna. Il gruppo è stato comparato a 64 future madri che non hanno svolto nessuna attività fisica. I ricercatori hanno constatato che dopo il parto le donne che hanno aderito al programma di esercizi in acqua hanno avuto 12,5 volte più possibilità di avere il perineo intatto rispetto a quelle che non hanno svolto tale attività.

Altro dato importante è che del gruppo, l’85,9% delle donne in gravidanza che hanno abbandonato programma acquatico ha usato analgesici durante il travaglio, rispetto al 72,3% delle partorienti che hanno terminato il corso.

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Paracetamolo in gravidanza e asma nei bambini: nessun legame

Assumere paracetamolo o altri antidolorifici nei nove mesi di gravidanza non è causa dell’aumento del rischio di asma dei bambini: questo è il risultato di uno studio condotto su circa 500.000 future madri in Svezia.

Il dottor Seif Shaheen, della Queen Mary University di Londra, è il primo autore di questo studio che è stato pubblicato sullo European Respiratory Journal. A seguito della ricerca ha spiegato che, seppure i risultati ottenuti supportino le conclusioni dei precedenti studi – e cioè che le future mamme che durante la gravidanza assumono paracetamolo hanno rischi più elevati delle altre di partorire figli soggetti ad asma – è molto importante evidenziare che è emerso che la causa di questo aumento dell’incidenza della malattia non sia da attribuire agli antidolorifici.

Veniamo allo studio: i ricercatori inglesi hanno collaborato con il Karolinka Institutet di Stoccolma nell’analisi di dati ricavati dai registri svedesi e riferiti a 492.999 madri e ai rispettivi figli. Sono state studiate le prescrizioni dei diversi tipi di antidolorifici somministrati durante la gravidanza e poi confrontate con i tassi di diagnosi di asma nei bambini. Inoltre, sono stati valutati anche altri differenti dati appartenenti alle madri, ai padri e a fratelli e sorelle dei bambini di riferimento.

I risultati di questo lavoro hanno fatto emergere che i bambini nati dalle donne che hanno assunto paracetamolo in gravidanza erano realmente soggetti ad un maggior rischio di asma, ma hanno altresì evidenziato che questo rischio era simile a quello presente quando le madri durante la gravidanza hanno ricevuto prescrizioni di oppiacei, come codeina e tramadolo, o di farmaci per l’emicrania.

Specificando meglio, a cinque anni di distanza, si è riscontrato l’aumento del rischio di asma del 50% con il paracetamolo, del 42% con la codeina e del 48% con i farmaci per l’emicrania. Tutti gli antidolorifici indicati hanno dei meccanismi d’azione differenti fra loro e l’aver appurato che causino aumenti abbastanza simili dei tassi di asma dei bambini fa credere che non siano loro da considerare come i responsabili diretti della malattia.

Per gli esperti risulta essere più probabile che il problema sia causato da un altro fattore non ancora misurato, ma legato all’uso di questi farmaci e al rischio di asma, come ad esempio il dolore cronico. Gli studiosi hanno, infatti, evidenziato che lo stress e il dolore grave sono causa di rilevanti effetti sul corpo e anche sui livelli di alcuni ormoni, inoltre ci sono prove che confermano la relazione fra l’aumento del rischio di asma nei bambini e l’alto livello di stress subito dalle madri durante la gravidanza. Infine, gli autori della ricerca hanno concluso affermando che se questa relazione fosse confermata, la gestione del dolore cronico in gravidanza sarebbe assolutamente da gestire senza evitare di somministrare antidolorifici quando sono necessari.

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Maggior rischio di asma per il feto esposto al fumo paterno

Se, durante i nove mesi di gravidanza, il feto viene esposto al fumo passivo di tabacco da parte del padre, il bambino nato potrà avere maggiori possibilità di essere affetto da asma entro i primi sei anni di vita: questo è ciò che emerge da un importante studio realizzato sui cambiamenti chimici nel DNA.

Il dottor Kuender Yang, del Nationale Defence Medical Center di Taipei, Taiwan, e i suoi ricercatori hanno analizzato 756 bambini fino ai sei anni. Uno su quattro è cresciuto nel grembo materno con accanto un padre fumatore e solo tre madri del gruppo campione erano fumatrici. Il dottor Yang ha affermato che i bambini che hanno subito un’esposizione prenatale al fumo paterno di più di 20 sigarette al giorno hanno mostrato un rischio considerevolmente più elevato di sviluppare l’asma rispetto ai bambini che non sono stati soggetti a tale esposizione.

Dall’osservazione è risultato che il 31% dei bambini con il padre che ha fumato tabacco durante la gestazione ha sviluppato asma, mentre solo il 23% dei bambini non esposti al fumo paterno ne sono stati colpiti. Inoltre, si è evidenziato che l’asma era più presente nei figli di padri grandi fumatori, infatti, circa il 35% dei bimbi con padri grandi fumatori hanno avuto l’asma, rispetto al 25% di quelli con padri che fumavano poco e ancora rispetto al 23% di quelli con padri che non avevano mai fumato durante la gravidanza.

I ricercatori hanno, inoltre, prelevato dei campioni di DNA dal sangue del cordone ombelicale dei bambini appena nati e attraverso un’analisi hanno scoperto che più i padri avevano fumato durante la gestazione e più era presente una modificazione del DNA su tre geni che hanno un ruolo specifico nella funzionalità del sistema immunitario e nello sviluppo dell’asma. Lo studio ha destato molto interesse perché, anche se è noto da tempo il legame fra l’aumento dell’asma nei bambini e l’esposizione al fumo in gravidanza, ha messo in evidenza che ad essere nocivo per il feto nel grembo materno non è solo il fumo della madre, ma anche quello del padre. 

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Minor rischio di diabete con una vita sana

Per le donne che hanno sofferto di diabete gestazionale durante la gravidanza riuscire a seguire entro il sesto mese dal parto uno stile di vita sano, basato su una corretta alimentazione e su un costante esercizio fisico, è un valido aiuto per ridurre il rischio di diabete che potrebbe presentarsi in futuro.

Questi i risultati di uno studio che è stato pubblicato sulla rivista medico-scientifica Frontiers in Endocrinology e che è stato coordinato alla dottoressa Maria Inês Schmidt, del programma post-laurea in Epidemiologia all’Universidade Federal do Rio Grande do Sul di Porto Alegre in Brasile. I risultati hanno fatto emergere che la conduzione di un corretto stile di vita dopo il parto può portare dei benefici alle donne con un pregresso diabete gestazionale. Gli autori della ricerca hanno affermato nella pubblicazione che il diabete di tipo 2 è in aumento fra i giovani e i controlli che vengono effettuati durante la gravidanza per verificare la presenza della variante gestazionale rappresentano un’ottima opportunità per la prevenzione perché il rischio di essere soggette al diabete e alle sue eventuali complicazioni negli anni futuri può essere attenuato da un sano stile di vita e di conseguenza dalla successiva mancanza di un aumento di peso

Con l’obiettivo di verificare l’efficacia degli interventi che vengono somministrati alle donne in cui è stato riscontrato il diabete gestazionale, i ricercatori hanno analizzato gli studi trattati su questo argomento che sono stati pubblicati e registrati negli archivi biomedici più rilevanti fino al mese di maggio del 2018.

La dottoressa Schmidt ha spiegato che su 1.895 articoli identificati dai ricercatori, ne sono stati selezionati 15 riguardanti l’incidenza del diabete e le variazioni dei valori di glicemia a digiuno o dopo carico, di questi solo uno trattava l’allattamento al seno.

È emerso che gli studi che avevano esaminato l’incidenza di un sano stile di vita intrapreso entro i sei mesi precedenti la data del parto indicavano una riduzione intorno al 25% del rischio di diabete per gli anni successivi.

L’autrice ha concluso dichiarando che – nonostante l’effetto benefico sia inferiore rispetto a quello emerso dagli studi classici sulla conduzione dello stile di vita nella prevenzione del diabete tra soggetti più anziani – i risultati ottenuti dai dati della ricerca evidenziano che una dieta corretta e l’esercizio fisico costante nelle donne che durante la gravidanza hanno avuto il diabete gestazionale potrebbero avere un potenziale significato clinico per gli effetti positivi che producono sulla prevenzione del diabete. Infine la dottoressa Schmidt e i suoi collaboratori auspicano nuovi studi per definire i programmi alimentari e di attività fisica per queste donne e per documentarne l’efficacia.

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