Mancanza di ferro in gravidanza: quasi triplicato il rischio di depressione

Il ferro è un metallo indispensabile al nostro organismo. Ha la funzione di permettere il trasporto dell’ossigeno da parte dei globuli rossi. Se i livelli di ferro nel sangue risultano troppo bassi, allora si manifestano sintomi come stanchezza, sbalzi d’umore e anemia.

Nel corso della gravidanza la mancanza di ferro potrebbe rivelarsi un problema molto importante perché durante tutta la gestazione la futura mamma necessita di quantità maggiori di questa sostanza per sopperire oltre che al proprio febbisognoi anche a quello del feto. Infatti, nel nascituro il ferro serve per formare i globuli rossi e quindi per un corretto sviluppo di tutti i suoi organi vitali. Il metallo passa dalla madre al piccolo attraverso la placenta.

In caso di carenza di ferro, è la made che per prima mostra segni di sofferenza perché la quantità che ha a disposizione viene interamente assorbita dal feto. In seguito, se la carenza persiste, si potrebbero manifestare effetti anche nel bambino, che potrebbe avere uno sviluppo ritardato per l’insufficienza dell’ossigeno all’interno dei globuli rossi. Questo potrebbe portare a parti prematuri, aborti e sottopeso alla nascita.

Uno studio svolto presso tre Università canadesi e precisamente la Hamilton, la McMaster e quella di Toronto ha affrontato un’altra importantissima causa della mancanza di ferro mettendo in evidenza il legame fra la carenza di ferro e la depressione durante i nove mesi di gravidanza. Il lavoro è stato pubblicato sul Journal of Obstetrics and Gynaecology e i risultati hanno fatto emergere che nelle donne in stato interessante che soffrono di carenza di ferro la possibilità di cadere in depressione sembrerebbe addirittura quasi triplicare.

È da tempo che la depressione è stata associata alla mancanza di ferro, ma solo in riferimento alla popolazione in generale, gli studiosi non si sono mai spinti in indagini rivolte alle donne durante la gravidanza, nonostante spesso si riscontri in loro la carenza di questo metallo. È stato calcolato che una futura mamma su 4 soffra di mancanza di ferro, dato che corrisponde al 22% delle donne in gravidanza.

I ricercatori hanno selezionato un campione di 142 gestanti e misurato la quantità di ferro presente nel loro sangue. Inoltre, sulla base delle risposte a questionari appositi hanno valutato l’eventuale presenza di disturbi depressivi. Dai risultati ottenuti è emerso che le donne in dolce attesa con carenza di ferro hanno un rischio quasi triplo, di 2,5 volte maggior, di soffrire di depressione durante i nove mesi di gravidanza rispetto alle gestanti che non sono risultate carenti del metallo. 

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Ginnastica in acqua, fonte di benefici per le future mamme

Svolgere attività fisica in acqua porta dei grandi benefici alle future mamme, se non ci sono controindicazioni individuate dal proprio medico,ed è consigliato a tutte. Fare esercizi in acqua dona salute al corpo perché aiuta a mantenersi in forma e contribuisce anche a far crescere il buon umore.

Il Journal of Obstetric, Gynecologic & Neonatal Nursing ha pubblicato i risultati di uno studio che ha mostrato come le donne in gravidanza, che dalla 20° alla 37° settimana di gestazione hanno praticato ginnastica in acqua, hanno un minor rischio di subire lesioni vaginali durante il parto. Le future mamme hanno circa 13 volte più probabilità di avere un perineo intatto dopo il parto.

Le donne in gravidanza, attraverso gli esercizi in acqua, evitano che il peso dell’utero e i cambiamenti ormonali procurino lesioni e traumi perineali. L’attività in acqua può essere praticata in assoluta tranquillità e sicurezza grazie all’aiuto dell’assenza di gravità e all’attenuata resistenza al movimento. In Spagna, l’ostetrica Raquel Rodrguez Blanque ha guidato un gruppo di ricercatori dell’ospedale universitario San Cecilio di Granada che hanno voluto analizzare come l’attività aerobica svolta in acqua sia di aiuto per rafforzare il perineo e i muscoli maggiormente stressati durante il travaglio.

La ricerca si è svolta su un gruppo formato da 65 donne in dolce attesa che hanno frequentato un programma di attività aerobica in acqua tre volte a settimana per 45 minuti ciascuna. Il gruppo è stato comparato a 64 future madri che non hanno svolto nessuna attività fisica. I ricercatori hanno constatato che dopo il parto le donne che hanno aderito al programma di esercizi in acqua hanno avuto 12,5 volte più possibilità di avere il perineo intatto rispetto a quelle che non hanno svolto tale attività.

Altro dato importante è che del gruppo, l’85,9% delle donne in gravidanza che hanno abbandonato programma acquatico ha usato analgesici durante il travaglio, rispetto al 72,3% delle partorienti che hanno terminato il corso.

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Paracetamolo in gravidanza e asma nei bambini: nessun legame

Assumere paracetamolo o altri antidolorifici nei nove mesi di gravidanza non è causa dell’aumento del rischio di asma dei bambini: questo è il risultato di uno studio condotto su circa 500.000 future madri in Svezia.

Il dottor Seif Shaheen, della Queen Mary University di Londra, è il primo autore di questo studio che è stato pubblicato sullo European Respiratory Journal. A seguito della ricerca ha spiegato che, seppure i risultati ottenuti supportino le conclusioni dei precedenti studi – e cioè che le future mamme che durante la gravidanza assumono paracetamolo hanno rischi più elevati delle altre di partorire figli soggetti ad asma – è molto importante evidenziare che è emerso che la causa di questo aumento dell’incidenza della malattia non sia da attribuire agli antidolorifici.

Veniamo allo studio: i ricercatori inglesi hanno collaborato con il Karolinka Institutet di Stoccolma nell’analisi di dati ricavati dai registri svedesi e riferiti a 492.999 madri e ai rispettivi figli. Sono state studiate le prescrizioni dei diversi tipi di antidolorifici somministrati durante la gravidanza e poi confrontate con i tassi di diagnosi di asma nei bambini. Inoltre, sono stati valutati anche altri differenti dati appartenenti alle madri, ai padri e a fratelli e sorelle dei bambini di riferimento.

I risultati di questo lavoro hanno fatto emergere che i bambini nati dalle donne che hanno assunto paracetamolo in gravidanza erano realmente soggetti ad un maggior rischio di asma, ma hanno altresì evidenziato che questo rischio era simile a quello presente quando le madri durante la gravidanza hanno ricevuto prescrizioni di oppiacei, come codeina e tramadolo, o di farmaci per l’emicrania.

Specificando meglio, a cinque anni di distanza, si è riscontrato l’aumento del rischio di asma del 50% con il paracetamolo, del 42% con la codeina e del 48% con i farmaci per l’emicrania. Tutti gli antidolorifici indicati hanno dei meccanismi d’azione differenti fra loro e l’aver appurato che causino aumenti abbastanza simili dei tassi di asma dei bambini fa credere che non siano loro da considerare come i responsabili diretti della malattia.

Per gli esperti risulta essere più probabile che il problema sia causato da un altro fattore non ancora misurato, ma legato all’uso di questi farmaci e al rischio di asma, come ad esempio il dolore cronico. Gli studiosi hanno, infatti, evidenziato che lo stress e il dolore grave sono causa di rilevanti effetti sul corpo e anche sui livelli di alcuni ormoni, inoltre ci sono prove che confermano la relazione fra l’aumento del rischio di asma nei bambini e l’alto livello di stress subito dalle madri durante la gravidanza. Infine, gli autori della ricerca hanno concluso affermando che se questa relazione fosse confermata, la gestione del dolore cronico in gravidanza sarebbe assolutamente da gestire senza evitare di somministrare antidolorifici quando sono necessari.

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Maggior rischio di asma per il feto esposto al fumo paterno

Se, durante i nove mesi di gravidanza, il feto viene esposto al fumo passivo di tabacco da parte del padre, il bambino nato potrà avere maggiori possibilità di essere affetto da asma entro i primi sei anni di vita: questo è ciò che emerge da un importante studio realizzato sui cambiamenti chimici nel DNA.

Il dottor Kuender Yang, del Nationale Defence Medical Center di Taipei, Taiwan, e i suoi ricercatori hanno analizzato 756 bambini fino ai sei anni. Uno su quattro è cresciuto nel grembo materno con accanto un padre fumatore e solo tre madri del gruppo campione erano fumatrici. Il dottor Yang ha affermato che i bambini che hanno subito un’esposizione prenatale al fumo paterno di più di 20 sigarette al giorno hanno mostrato un rischio considerevolmente più elevato di sviluppare l’asma rispetto ai bambini che non sono stati soggetti a tale esposizione.

Dall’osservazione è risultato che il 31% dei bambini con il padre che ha fumato tabacco durante la gestazione ha sviluppato asma, mentre solo il 23% dei bambini non esposti al fumo paterno ne sono stati colpiti. Inoltre, si è evidenziato che l’asma era più presente nei figli di padri grandi fumatori, infatti, circa il 35% dei bimbi con padri grandi fumatori hanno avuto l’asma, rispetto al 25% di quelli con padri che fumavano poco e ancora rispetto al 23% di quelli con padri che non avevano mai fumato durante la gravidanza.

I ricercatori hanno, inoltre, prelevato dei campioni di DNA dal sangue del cordone ombelicale dei bambini appena nati e attraverso un’analisi hanno scoperto che più i padri avevano fumato durante la gestazione e più era presente una modificazione del DNA su tre geni che hanno un ruolo specifico nella funzionalità del sistema immunitario e nello sviluppo dell’asma. Lo studio ha destato molto interesse perché, anche se è noto da tempo il legame fra l’aumento dell’asma nei bambini e l’esposizione al fumo in gravidanza, ha messo in evidenza che ad essere nocivo per il feto nel grembo materno non è solo il fumo della madre, ma anche quello del padre. 

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Minor rischio di diabete con una vita sana

Per le donne che hanno sofferto di diabete gestazionale durante la gravidanza riuscire a seguire entro il sesto mese dal parto uno stile di vita sano, basato su una corretta alimentazione e su un costante esercizio fisico, è un valido aiuto per ridurre il rischio di diabete che potrebbe presentarsi in futuro.

Questi i risultati di uno studio che è stato pubblicato sulla rivista medico-scientifica Frontiers in Endocrinology e che è stato coordinato alla dottoressa Maria Inês Schmidt, del programma post-laurea in Epidemiologia all’Universidade Federal do Rio Grande do Sul di Porto Alegre in Brasile. I risultati hanno fatto emergere che la conduzione di un corretto stile di vita dopo il parto può portare dei benefici alle donne con un pregresso diabete gestazionale. Gli autori della ricerca hanno affermato nella pubblicazione che il diabete di tipo 2 è in aumento fra i giovani e i controlli che vengono effettuati durante la gravidanza per verificare la presenza della variante gestazionale rappresentano un’ottima opportunità per la prevenzione perché il rischio di essere soggette al diabete e alle sue eventuali complicazioni negli anni futuri può essere attenuato da un sano stile di vita e di conseguenza dalla successiva mancanza di un aumento di peso

Con l’obiettivo di verificare l’efficacia degli interventi che vengono somministrati alle donne in cui è stato riscontrato il diabete gestazionale, i ricercatori hanno analizzato gli studi trattati su questo argomento che sono stati pubblicati e registrati negli archivi biomedici più rilevanti fino al mese di maggio del 2018.

La dottoressa Schmidt ha spiegato che su 1.895 articoli identificati dai ricercatori, ne sono stati selezionati 15 riguardanti l’incidenza del diabete e le variazioni dei valori di glicemia a digiuno o dopo carico, di questi solo uno trattava l’allattamento al seno.

È emerso che gli studi che avevano esaminato l’incidenza di un sano stile di vita intrapreso entro i sei mesi precedenti la data del parto indicavano una riduzione intorno al 25% del rischio di diabete per gli anni successivi.

L’autrice ha concluso dichiarando che – nonostante l’effetto benefico sia inferiore rispetto a quello emerso dagli studi classici sulla conduzione dello stile di vita nella prevenzione del diabete tra soggetti più anziani – i risultati ottenuti dai dati della ricerca evidenziano che una dieta corretta e l’esercizio fisico costante nelle donne che durante la gravidanza hanno avuto il diabete gestazionale potrebbero avere un potenziale significato clinico per gli effetti positivi che producono sulla prevenzione del diabete. Infine la dottoressa Schmidt e i suoi collaboratori auspicano nuovi studi per definire i programmi alimentari e di attività fisica per queste donne e per documentarne l’efficacia.

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Colestasi gravidica: un esame del sangue per accertarne i rischi

La rivista scientifica inglese The Lancet ha recentemente pubblicato un nuovo studio sulla colestasi intraepatica della gravidanza. La colestasi gravidica è una patologia epatica che può insorgere durante la gravidanza, soprattutto durante il terzo trimestre, ma può presentarsi in qualsiasi periodo della gestazione. Il sintomo principale si manifesta con un prurito fastidioso localizzato principalmente nelle zone dei palmi delle mani e delle piante dei piedi, ma può estendersi ad altre parti del corpo.

I risultati della ricerca hanno evidenziato che le donne con gravidanze singole soggette a colestasi intraepatica della gravidanza e con una concentrazione di acido biliare nel sangue di almeno 100 μmol/L hanno un rischio più elevato di partorire un bimbo senza vita.

 

I ricercatori auspicano che questa scoperta possa essere un valido aiuto per i medici nell’identificazione di quella bassa percentuale di donne che presentano un elevato rischio di colestasi gravidica, in modo tale da prevenire la morte intrauterina.

 

La dottoressa Caroline Ovadia, del King’s College di Londra, è la principale autrice dello studio.  La ricerca si è basata sulla valutazione di 109 studi, i risultati hanno messo in evidenza che la probabilità di partorire un bambino senza vita si è riscontrata in 45 casi su 4.936 donne affette da colestasi intraepatica della gravidanza (pari allo 0,83%) rispetto a 519 su 163.947 gravidanze di controllo (corrispondente allo 0,32%). Nelle gravidanze singole è emerso che la mortalità fetale è associabile alla concentrazione dell’acido biliare totale, ma non al valore dell’alanina aminotransferasi. Infatti, la mortalità fetale si è verificata in 3 casi su 2.310 di donne con colestasi intraepatica della gravidanza con con colestasi intraepatica della gravidanza con acidi biliari totali nel siero inferiori a 40 μmol/L, in 4 casi su 1.412 casi di donne con acidi biliari totali di 40-99 μmol/L e in 18 su 524 casi con valori di acidi biliari di 100 μmol/L o più. 

Gli autori hanno specificato che la maggior parte delle donne con colestasi intraepatica in gravidanza presenta concentrazioni di acidi biliari al di sotto di questo valore e per questa ragione è possibile che il rischio di morte fetale sia da paragonarsi a quello delle donne in gravidanza nella popolazione generale, confermando che è molto importante che i test di valutazione dell’acido biliare vengano eseguiti in maniera regolare, come da prescrizioni mediche, fino al momento del parto.

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Quando nascerà?

Una delle prime domande che si pone una donna quando aspetta un bambino e una delle più frequenti che le vengono poste una volta comunicata la gravidanza è: quando nascerà? La presunta data della nascita è molto importante perché è il traguardo da raggiungere per avere la gioia più grande: tenere fra le braccia il proprio bambino.

 Non c’è un metodo di calcolo universale per tutte le future mamme perché la durata del ciclo mestruale può variare caso per caso. Teoricamente si calcolano 266 giorni dalla data del concepimento per avere il giorno in cui potrebbe nascere il bambino.

 Un esempio di calcolo: ipotizziamo di dover calcolare la data presunta del parto di una donna che ha avuto un ciclo mestruale regolare di 28 giorni. Bisogna partire dalla data del concepimento, che in questo caso potrebbe essere identificata nel 14° giorno del ciclo. Per fare il calcolo poniamo che la data dell’ultima mestruazione sia stata il 1° gennaio, il ciclo mestruale successivo sarebbe dovuto iniziare il 29 gennaio.

La data del concepimento si calcola: 29 gennaio -14 giorni = 15 gennaio.

La data presunta del parto potrebbe essere: 15 gennaio + 266 giorni = 8 ottobre. Se i cicli mestruali sono di 28 giorni regolari, si può calcolare la data presunta della nascita con un altro procedimento semplice e veloce: dal primo giorno dell’ultima mestruazione bisogna sottrarre 3 mesi e aggiungere 7 giorni. Ipotizziamo di dover calcolare la data presunta del parto di una donna che ha avuto un ciclo mestruale della durata media di 24 giorni. Bisogna partire dalla data del concepimento, che in questo caso potrebbe essere identificata nel 14° giorno del ciclo. Se la data dell’ultima mestruazione è il 1° gennaio, il ciclo successivo sarebbe dovuto iniziare il 25 gennaio.

La data del concepimento si calcola sempre: 25 gennaio – 14 giorni = 11 gennaio.

La data presunta del parto potrebbe quindi essere: 11 gennaio + 266 giorni = 4 ottobre.

Per le donne che invece hanno un ciclo molto lungo, di 35 giorni, si calcola che il concepimento avvenga verso il 21° giorno. Proponiamo un esempio anche in questo caso. Se la data dell’ultima mestruazione è il 1° gennaio, il ciclo successivo sarebbe dovuto iniziare il 5 febbraio.

La data del concepimento si calcola: 5 febbraio – 14 giorni = 22 gennaio.

La data presunta del parto potrebbe quindi essere: 22 gennaio + 266 giorni = 15 ottobre.

 È importante ricordare che spesso la data del parto viene anticipata di alcuni giorni è questo è del tutto naturale, infatti, i bambini che nascono in anticipo fino a 21 giorni non vengono considerati prematuri. Allo stesso modo possono verificarsi dei ritardi e in questo caso è necessario sottoporsi ad un monitoraggio per verificare lo stato di salute del nascituro e per procedere con l’induzione del parto entro la 42° settimana di gestazione

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Mamma dopo i 35 con il parto cesareo

L’età in cui oggi si diventa mamma si è allungata molto rispetto ai decenni passati e i parti dopo i 35 anni sono sempre più frequenti.

Uno studio pubblicato sulla rivista Canadian Medical Association Journal (CMAJ) ha dimostrato che partorire con il parto cesareo per le donne con più di 35 anni comporta per la mamma un rischio più elevato del verificarsi di complicanze gravi rispetto al parto vaginale.

La dottoressa Diane Korb, prima autrice dello studio, del Robert Debre Hospital e INSERM di Parigi, ha affermato che i medici devono prendere seriamente in considerazione questo aumento del rischio nel momento in cui con le loro pazienti determinano la modalità migliore di esecuzione del parto, soprattutto quando si trovano di fronte a donne che hanno una gravidanza in tarda età.

Negli ultimi venti anni, il numero di parti che avvengono attraverso il taglio cesareo è aumentato in modo considerevole, fino ad arrivare ad una donna su cinque che partorisce con questa modalità, anche se non sempre necessaria e con motivazioni discutibili dal punto di vista clinico. La dottoressa Diane Korb ha evidenziato che le complicanze, che la madre potrebbe subire dopo essere stata sottoposta ad un parto cesareo, possono derivare proprio dalla patologia che ha portato a scegliere di far nascere il bambino attraverso il taglio cesareo oppure dall’intervento chirurgico. Per queste ragioni è strettamente necessario valutare con molta attenzione quale associazione sia presente fra parto cesareo e complicanze materne.

Affinché il lavoro dei ricercatori francesi potesse raggiungere risultati esaurienti, è stata presa l’analisi dei fattori di rischio del più ampio studio EPIMOMS, in questo modo è stato possibile confrontare 1.444 madri che avevano avuto delle gravi complicanze dopo il parto con altre 3.464 neo-mamme che nei diversi controlli seguenti al parto non hanno avuto alcun problema. Le neo-madri erano residenti in sei regioni francesi.

L’analisi si è svolta tenendo conto dei diversi fattori che avrebbero potuto influenzare i risultati e non sono state inserite nello studio le donne soggette a patologie prima della gravidanza che avrebbero potuto far sorgere delle complicanze.

La ricerca ha fatto emergere che le donne sottoposte a parto cesareo prima o durante il travaglio hanno un aumento delle possibilità di gravi complicanze post-parto. Questo dato è emerso soprattutto nelle partorienti che avevano un’età superiore ai 35 anni. Rispetto alle donne che hanno messo al mondo il bambino con parto vaginale, le neo-mamme sottoposte al taglio cesareo con un’età inferiore ai 35 anni hanno avuto probabilità circa 1,5 volte più elevate di essere soggette a gravi complicanze, mentre nelle madri di età compresa e superiore ai 35 anni queste probabilità sono risultate addirittura quasi raddoppiate.

La dottoressa Korb ha concluso dichiarando che alcuni medici eseguono parti attraverso tagli cesarei a causa dell’età avanzata della donna, probabilmente anche seguendo l’idea che non si verificheranno ulteriori gravidanze. Questa modalità dovrebbe essere cambiata per evitare di esporre senza motivo le donne di oltre 35 anni a gravi rischi di salute.

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Età e precedenti gravidanze condizionano il rischio di aborto

Uno  studio pubblicato sulla rivista di ricerca medica British Medical Journal, ha messo in evidenza come per una donna in gravidanza il rischio di avere un aborto spontaneo sia strettamente legato alla sua età e sia molto più elevato dopo aver avuto aborti precedenti. Il rischio, inoltre, aumenta in maniera considerevole dopo il verificarsi di complicazioni della gestazione.

I ricercatori hanno condotto questo studio per avere una stima sul numero di aborti che avvengono nelle donne in attesa norvegesi e per dare una valutazione sulle associazioni del rischio con: l’età della donna, la storia della gestazione e le gravidanze precedenti. Per svolgere questa ricerca hanno analizzato i dati del Medical Birth Register of Norway, del Norwegian Patient Register e il registro degli aborti indotti. I dati rilevati hanno coinvolto tutte le donne in attesa negli anni compresi tra il 2009 e il 2013, per un totale di 421.201 gravidanze.

I fautori dello studio hanno impostato la ricerca dividendo i dati in tre categorie e analizzandoli: interruzione della gravidanza fra le 6 e le 20 settimane, la morte fetale prima della 20° settimana di gestazione con peso del feto inferiore ai 500 grammi e la morte fetale avvenuta dalla 20° settimana con peso del feto dai 500 grammi.

L’analisi ha messo in evidenza che il livello più basso di rischio di aborto spontaneo è avvenuto nelle donne in attesa con età compresa fra i 25 e i 29 anni. Dall’età di 30 anni in poi il rischio subisce un rapido aumento che arriva a raggiungere il 53% ai 45 anni di età della gestante. Nelle future madri con età inferiore ai 20 anni, il rischio è stato del 15,8%. In riferimento alle precedenti gravidanze, è stato osservato che il rischio di aborto spontaneo è stato maggiore se in precedenza la donna aveva avuto altri aborti e sempre più alto in rapporto al numero di aborti consecutivi. Il rischio è stato in leggero aumento se la precedente gravidanza si era conclusa con un parto prematuro o con

taglio cesareo o se la madre aveva sofferto di diabete gestazionale. Un altro dato rilevato è che se le donne in gravidanza erano nate piccole per la loro età gestazionale, il rischio è stato lievemente più alto.

Gli esperti hanno affermato che l’associazione fra il rischio di aborto spontaneo e le complicazioni avvenute nelle precedenti gravidanze indica la presenza di fattori causali che aumentano le possibilità del verificarsi di entrambi gli eventi. I ricercatori hanno sottolineato che il rischio cambia notevolmente in base all’età della donna in gravidanza, inoltre, mostra un forte schema di recidiva ed è più alto dopo alcuni esiti negativi della gravidanza.

La dottoressa Siri Håberg, autrice senior di questo studio e direttrice del Norwegian Institute of Public Health di Oslo, in Norvegia, ha spiegato che nuovi studi più mirati su queste associazioni potrebbero portare a nuove ed importanti intuizioni sulle cause condivise tra complicazioni della gravidanza e aborto.

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Alti livelli di radiazioni elettromagnetiche

A San Francisco, in California, é stata condotta una ricerca sugli effetti provocati sulle donne in gravidanza sottoposte ad esposizioni costanti

di radiazioni elettromagnetiche.

La rivista Scientific Reports ha pubblicato i risultati ottenuti da questo lavoro.

Il dottor Kun Li del Kaiser Permanente di Oakland, in California, ha coordinato lo studio che ha portato ad affermare che alti livelli di radiazioni elettromagnetiche che vengono assorbiti dalle future mamme durante il periodo della gestazione, aumenterebbero di quasi tre volte la possibilità di avere un aborto spontaneo.

Lo studio, condotto nell’area di San Francisco, ha analizzato un campione di 900 donne in gravidanza a cui è stato chiesto di indossare, per un’intera giornata, dei misuratori di campi elettromagnetici.

Dall’analisi dei risultati si è evidenziato come le donne che sono state esposte ad un quantitativo più alto di radiazioni hanno avuto un rischio più elevato di 2,7 volte di essere soggette ad aborto spontaneo in confronto alle donne che sono risultate esposte a livelli più bassi.

Queste considerazioni sono emerse dopo aver adeguato i risultati ai possibili fattori di errore come ad esempio età della donna, il suo livello d’istruzione e la dipendenza dal fumo.

Non è stato possibile identificare singolarmente le fonti di emissione delle radiazioni, ma si è potuto, invece, costatare che le fonti tradizionali, come ad esempio le linee elettriche, generano campi elettromagnetici a bassa frequenza,

mentre altre fonti come i cellulari emanano campi elettromagnetici con frequenze più alte.

I ricercatori che si sono dedicati a questo studio hanno affermato che campi elettromagnetici, vengono prodotti da diversi dispositivi di uso comune come i cellulari, gli apparecchi wireless e anche i piccoli elettrodomestici, ciò comporta un’esposizione ambientale per tutti sempre presente ovunque, diventando una sfida importante per la salute pubblica.

I risultati spingono verso la necessità di approfondire lo studio continuando a condurre altre ricerche sui possibili danni causati dalle radiazioni a livello di salute pubblica. Il dottor Li ha concluso auspicando che questo studio contribuisca a far ricredere le persone sulla convinzione che l’esposizione costante a radiazioni elettromagnetiche sia sicura e che non produca effetti dannosi sulla salute.

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