Troppi chili nei primi 4 mesi: possibili neonati in sovrappeso

Una ricerca pubblicata su JAMA Pediatrics ha evidenziato come le future mamme che prendono più peso nei primi mesi di gravidanza hanno maggiori possibilità di partorire bimbi di dimensioni più grandi, invece dopo la 18esima settimana l’aumento del peso materno non influenzerebbe più il peso del bambino.

Il dottor Ravi Retnakaran, dell’ospedale Mount Sinai di Toronto nell’Ontario, ha coordinato la ricerca e ha dichiarato che sebbene ci sia sempre stata grande attenzione all’aumento di peso materno durante la gravidanza, in passato non era noto se il periodo gestazionale in cui la donna prendeva peso fosse rilevante. Per i ricercatori resta comunque difficile da analizzare la tempistica, perché solitamente i medici si basano sul peso prima della gravidanza comunicato dalle donne, ciò comporta che i dati potrebbero non essere completamente corretti.

Per la ricerca, Retnakaran e il suo team hanno coinvolto 1.164 donne appena sposate residenti nella regione cinese di Liuyang. Prima della gravidanza hanno misurato correttamente il peso delle partecipanti e poi ad intervalli regolari durante tutta la gravidanza. Il peso del campione è stato registrato mediamente 20 settimane prima della gravidanza.

L’aumento di peso della madre registrato una prima volta a meno di 14 settimane di gestazione e poi una seconda volta dalla 14esima alla 18esima settimana è stato comparato col peso del bambino alla nascita.

È risultato che in media per ogni chilo preso durante il primo periodo di riferimento, il peso del bambino alla nascita è aumentato di 13,6 grammi;

mentre per i chili in più che la madre ha preso nel secondo periodo di riferimento, il peso del bimbo alla nascita è aumentato di 26,1 grammi.

Invece l’aumento di peso nelle settimane seguenti della gravidanza non avrebbe avuto alcun effetto sulle dimensioni del neonato alla nascita.

Retnakaran ha spiegato che all’inizio della gravidanza un forte aumento di peso può portare il feto ad assumere un eccesso di “combustibili materni”, fra cui il glucosio e gli amminoacidi che influenzano la crescita e aumentano il rischio di problemi metabolici. In una donna in gravidanza avanzata che ha preso troppi chili, i tentativi di farle perdere peso con una corretta alimentazione e un’adeguata attività fisica allo scopo di ridurre il rischio di partorire un neonato sovrappeso non hanno funzionato e i risultati dello studio evidenziano che questo dipende dal fatto che dieta e movimento vanno introdotti subito all’inizio della gestazione.

Pertanto è fondamentale ottimizzare la salute materna già durante le prime settimane di gravidanza.

Leggi Tutto

Omega-3 per ridurre rischio di parto prematuro

Inserire nella dieta delle donne in gravidanza la giusta dose di grassi omega-3 potrebbe ridurre il rischio di avere un parto prematuro. Questa affermazione è la conclusione di uno studio condotto dall’Istituto di Ricerca Medica e sulla Salute di Adelaide che ha valutato i risultati combinati di 70 sperimentazioni che hanno coinvolto circa 30 mila donne in tutto il mondo.

Cosa sono gli omega-3? Sono acidi grassi essenziali polinsaturi naturali. Si definiscono essenziali perché non siamo in grado di produrli, ma dobbiamo assumerli attraverso i cibi che li contengono.

Quale funzione svolgono? Contribuiscono al miglioramento della fluidità del sangue e a ridurre i depositi di colesterolo e trigliceridi sulle pareti delle arterie, prevenendo le malattie cardiovascolari come infarto e ictus.

In quali alimenti si trovano? Si trovano in molti cibi gustosi, quindi la loro assunzione non è un sacrificio. Ne è ricco il pesce, soprattutto il salmone. L’importante è la cottura, che deve essere fatta al vapore, alla piastra o al forno; la frittura invece eliminerebbe gli effetti benefici degli omega-3. Li troviamo anche nell’olio di pesce, nei crostacei, nelle noci, nelle mandorle, in vari tipi di semi e di oli vegetali. Per quanto riguarda le verdure, ne sono ricchi la lattuga, gli spinaci, i cavoli e i broccoli. Anche i legumi come ceci, fagioli, piselli, lenticchie e soprattutto la soia sono ottimi fornitori di omega-3.

Tornando alla ricerca svolta dall’Università di Adelaide in collaborazione con l’Ospedale Pediatrico e Femminile, le conclusioni dello studio hanno evidenziato che i supplementi di omega-3 possono ridurre dell’11% il rischio di nascite prima di 37 settimane e del 42% di nascite prima di 34 settimane.

La dottoressa Maria Makrides, vice direttore dell’Istituto, ha scritto sul sito dell’Università che quello ottenuto è un risultato molto promettente perché mette in luce come i supplementi di omega-3 possono essere un intervento semplice e di basso costo per prevenire parti prematuri, che avrebbero implicazioni serie sulla salute del neonato. Infatti, ha spiegato La Makrides ha infatti spiegato che le complicazioni seguenti alle nascite premature sono considerate la causa primaria dei decessi dei bambini al di sotto dei cinque anni. I nati prematuri sono da considerarsi a più alto rischio di malattie croniche dei sistemi respiratorio, immunitario e digestivo e sono inoltre più soggetti a problemi di linguaggio, apprendimento, abilità sociali e comportamento.

Gli autori della ricerca raccomandano alle donne in gravidanza che aspettano un solo bambino di assumere una dose giornaliera di supplementi omega-3 dalla 12esima settimana di gravidanza. Il supplemento dovrebbe contenere tra 500 e 100 milligrammi di omega-3, con almeno 500 milligrammi dell’omega-3 chiamato DHA sempre e solo dietro la guida del proprio medico

Leggi Tutto

Inquinamento in gravidanza e segni di invecchiamento cellulare precoce nel neonato

Uno studio coordinato dal dottor Tim Nawrot, della Hasselt University di Diepenbeek, in Belgio, e pubblicato su JAMA Peditrics ha messo in relazione l’inquinamento a cui sono state esposte le future mamme in gravidanza e il DNA dei neonati dimostrando che le donne che in gravidanza hanno respirato aria inquinata hanno più probabilità di far nascere bimbi con segni di invecchiamento cellulare rispetto alle gestanti che hanno respirato aria pulita. Questi risultati potrebbero spiegare perché i bambini che nascono dove c’è più presenza di smog e traffico automobilistico hanno più frequentemente problemi di salute.

Per la ricerca, Nawrot e i suoi colleghi hanno esaminato la lunghezza dei telomeri (parti del DNA che si trovano alla fine di ogni cromosoma) in campioni di sangue presi dal cordone ombelicale e dal tessuto placentare di 641 neonati nella regione delle Fiandre. I ricercatori, basandosi sull’indirizzo delle madri al tempo della gravidanza, hanno valutato la loro esposizione media al PM 2,5, una miscela di particolato di diametro inferiore ai 2,5 micron, che si trova nello smog e negli scarichi delle auto.

Le madri esposte a livelli più elevati di inquinanti avrebbero messo al mondo bambini con telomeri più corti. A ogni 5 μg/m3 di PM 2,5 in più nell’aria respirata dalle future mamme ci sarebbe stata una riduzione del 9% in più della lunghezza dei telomeri nel  sangue del cordone e del 13% in più di quelli a livello dei campioni di placenta.

I telomeri si accorciano ogni volta che la cellula si divide e quando diventano troppo corti la crescita cellulare si arresta ed è per questa ragione che la loro lunghezza è considerata un potenziale indicatore dell’invecchiamento cellulare e della salute in generale.

Il dottor Mark Niuewenhuijsen, del Center for Research in Environmental Epidemiology al Barcelona Institute of Global Health in Spagna, ha affermato che i risultati dello studio mettono in evidenza che l’inquinamento atmosferico attraversa la placenta e influenza direttamente i cromosomi dei bambini. Ha inoltre spiegato che è noto come l’inquinamento atmosferico riduca nel bambino il peso alla nascita e la circonferenza della testa e accorcerebbe inoltre il periodo gestazionale; non si era tuttavia a conoscenza di questa correlazione con l’invecchiamento biologico. Il dottor Pam Factor-Litvak, ricercatore alla Columbia University di New York e autore di un editoriale che accompagnava l’articolo, ha evidenziato che la riduzione dell’esposizione all’ inquinamento atmosferico è vantaggioso sia per i genitori che per il neonato. Concorde con lui, il dottor Shruthi Mahalingaiah, della Boston University School of Medicine, ha ribadito l’importanza della necessità di limitare l’esposizione all’inquinamento atmosferico, quando possibile.

Leggi Tutto

Ancora troppi i parti cesarei nel mondo

I parti cesarei nel mondo sono ancora troppi e a volte non giustificati. Nel 60% degli Stati si ricorre in maniera eccessiva a questo intervento chirurgico per il parto, mentre nel 25% dei paesi lo si pratica ancora troppo poco anche di fronte a casi in cui l’uso sarebbe assolutamente necessario.

Questi i numeri di una ricerca pubblicata da The Lancet, da cui risulta inoltre che in almeno 15 paesi più del 40% dei neonati vengono fatti nascere col parto cesareo.

La Repubblica Dominicana ha il numero più elevato di questi interventi che arrivano fino al 58,1%. Le percentuali sono molto alte se si tiene in considerazione che gli esperti valutano che solo il 10/15% dei parti richiede la pratica del cesareo per complicazioni come sanguinamento, distress fetale, ipertensione o posizione anomala del neonato.

I luoghi dove in cui si ricorre al cesareo in modo eccessivo sono: Nord America, Europa occidentale, America Latina e Caraibi.

Marleen Temmerman, esperta della Ghent University in Belgio e della Aga Khan University in Kenya e coautrice dello studio, ha affermato che il rilevante aumento del numero di parti cesarei, soprattutto negli ambienti più ricchi per motivi non medici, desta preoccupazioni per i rischi che corrono le donne e i bambini.

Gli autori dello studio evidenziano che i professionisti sanitari debbano comprendere e trasmettere  in maniera esaustiva alle future mamme i seri rischi che sono associati a questo intervento e lo utilizzino solo in caso di reale necessità. Infatti i parti cesarei hanno un decorso più complicato per la madre,e cui conseguenze possono essere anche molto rilevanti in caso di successiva gravidanza.

Leggi Tutto

Mangiare pesce fa bene a vista e cervello del bambino

Assumere pesce in gravidanza porta dei benefici al bambino ed è consigliato perché i suoi nutrienti sono indispensabili per l’organismo.

Una ricerca dell’Università e dell’Ospedale universitario di Turku in Finlandia, pubblicata sulla rivista scientifica Pediatric Research, ha evidenziato che mangiare pesce durante tutti i nove mesi di gestazione porta dei grandi benefici al feto, soprattutto al cervello e alla vista.

Questo avviene grazie agli acidi grassi polinsaturi a catena lunga che diventano disponibili durante il periodo di massima crescita cerebrale. Sono proprio questi acidi che contribuiscono alla formazione delle sinapsi, fondamentali per trasportare i messaggi tra neuroni.

Lo studio è stato condotto con l’ausilio di 56 future mamme a cui è stato chiesto di tenere quotidianamente un diario alimentare in cui annotare dettagliatamente i cibi che assumevano durante tutto il periodo di gravidanza.

La dottoressa Kirsi Laitinen, ricercatrice dell’Università di Turku, ha spiegato che i risultati dello studio hanno rilevato che il consumo frequente di pesce delle donne in gravidanza è benefico per lo sviluppo del nascituro oltre che per gli acidi grassi polinsaturi a catena lunga all’interno del pesce, anche grazie ad altre sostanze come la vitamina D ed E.

I risultati migliori sono stati individuati tra le mamme che mangiavano pesce tre o più volte alla settimana.

Leggi Tutto

L’importanza dello iodio in gravidanza

L’assunzione di iodio nelle dosi corrette quando si è presa la decisione di diventare mamme e poi durante la gravidanza non è da trascurare, ma sempre dietro la guida dal proprio medico.

La carenza di iodio potrebbe essere causa di gravi conseguenze sia per le future mamme che per i nascituri.

Cos’è lo iodio? È un micronutriente indispensabile per il funzionamento della tiroide e per la corretta crescita e il sano sviluppo del feto. Lo iodio viene assunto attraverso l’alimentazione. L’Organizzazione mondiale della sanità raccomanda soprattutto alle donne in gravidanza di assumerne il giusto apporto, in particolare nelle prime fasi della gestazione, seguendo un regime alimentare che ne preveda un’adeguata integrazione.

La carenza di iodio può essere causa di diverse malattie, ad esempio può provocare deficit di sviluppo mentale con riduzione del quoziente intellettivo nei bambini, disturbi di crescita, ipotiroidismo, infertilità, aborto spontaneo, ipertensione gravidica, distacco placentare e parto pretermine.

Affinché la tiroide di una persona in età adulta funzioni regolarmente è necessario assumere quotidianamente 150 microgrammi di iodio attraverso una dieta che contenga crostacei, pesci e, in misura minore, latte, latticini e uova. Ad esempio, per essere sicuri d assumerei i150 mcg di iodio al giorno si può bere quotidianamente una tazza di latte e usare il sale fino iodato come condimento per gli alimenti e mangiare pesce 2 o 3 volte a settimana mangiare pesce.

Invece, se facciamo riferimento ad una donna in gravidanza o in allattamento, la quantità di iodio necessaria aumenta di 100 mcg in più al giorno. Per raggiungere quindi i 250 mcg quotidiani l’uso di sale iodato per condire le pietanze è molto importante, altrimenti difficilmente si raggiungerebbe tale dose.

Considerando che durante la gestazione i rischi di deficit di iodio aumentano, è consigliabil é consigliabile prevenire le forme di ipotiroidismo con dei controlli quando si decide di programmare una gravidanza  incrementando la diagnosi precoce in modo da trattare immediatamente le carenze di iodio con integrazioni che portino la donna ad avere livelli nella norma in modo che possa avere un normale decorso fino al parto.

Leggi Tutto

La gravidanza dopo un trapianto di cuore

Diventare mamma è un’esperienza meravigliosa che cambia la vita e ora è stato dimostrato che le donne che desiderano avere un figlio lo possono fare anche se hanno subito un trapianto di cuore. È importante però tenere presente tutti i possibili fattori di rischio.

Una donna che ha subito un trapianto di cuore, prendendo in considerazione tutti gli elementi che possono influire sulla salute sua e del bambino, può intraprendere una gravidanza. Questo è il risultato di uno studio pubblicato da transplantation e condotto da dei ricercatori italiani guidati dalla dottoressa Francesca Macera dell’Ospedale Niguarda di Milano.

A causa del trapianto di cuore, la gravidanza può esporre la madre a rischi emodinamici e immunologici e il neonato a effetti tossici della terapia immunosoppressiva e al rischio di cardiopatia ereditaria. Nella ricerca la dottoressa Macera e i suoi colleghi hanno analizzato i casi di 17 gravidanze avute da 11 donne che erano state sottoposte al trapianto di cuore al Niguarda. L’età media delle donne incinte al momento della gestazione era di 33 anni e il tempo medio trascorso dal trapianto al parto è stato stimato in 67 mesi (più di cinque anni e mezzo), con un range tra 11 e 106 mesi. Fra le donne sottoposte al trapianto 4 avevano una cardiopatia ereditaria, in particolare 3 avevano cardiomiopatia ipertrofica, 1 soffriva di displasia aritmogena del ventricolo destro e 2 avevano una cardiomiopatia dilatativa familiare. Prima delle 12 gravidanze andate a buon fine, 2 donne hanno avuto 3 aborti spontanei nel primo trimestre e 2 hanno subito interruzioni volontarie di gravidanza nel primo anno dopo il trapianto.

Dall’analisi delle gravidanze portate a termine positivamente è emerso che non si sono presentati casi di rigetto, disfunzione dell’innesto, ipertensione di nuova insorgenza, diabete o iperglicemina, preeclampsia, eclampsia o infezioni gravi. Dopo il concepimento in 6 pazienti è stato sospeso il trattamento con aziotioprina, mentre 9 pazienti sono rimaste in trattamento con ciclosporina A e prednisone. Una donna è rimasta in cura solo con ciclosporina e un’altra ha condotto due gravidanze a termine, continuando ad assumere tacrolimus e prednisone.

Dei 12 parti ben 10 sono stati cesarei, 2 dei quali dovuti a complicazioni. La maggioranza dei neonati era di piccole dimensioni rispetto all’età gestazionale, ma nessuno di loro presentava difetti congeniti. Solo una paziente ha allattato al seno, mentre le altre sono state incoraggiate a riprendere al più presto la terapia con immunosoppressori, senza esporre ulteriormente il bimbo a questi farmaci. Durante il follow-up a lungo termine, 3 donne sono morte per cause cardiache, a otto, undici e quattordici anni dopo la gravidanza; 4 madri hanno sviluppato malattia renale cronica e 1 oggi è sottoposta a dialisi peritoneale.

Francesca Macera ha affermato che il risultato di questa ricerca ha dimostrato ampiamente che diventare madre dopo un trapianto di cuore è possibile e che grazie alla gestione multidisciplinare in risultato è buono per madri e bambini. Sicuramente le pazienti devono conoscere i rischi legati alla gravidanza, come la ridotta aspettativa di vita rispetto alla popolazione generale e la possibilità di trasmettere la malattia ai loro figli.

Il dottor David Baran, del Sentara Heart Hospital di Norfolk, nella Virginia Occidentale (USA) ha commentato che questo studio italiano si è aggiunto agli altri che hanno evidenziato come la gravidanza sia sicura per le donne che hanno subito un trapianto di cuore. Ha inoltre precisato che il loro lavoro di specialisti è quello di offrire consigli basati su prove e sostenere il paziente e la famiglia per il lungo periodo. Le donne che decidono di sottoporsi al trapianto di cuore devono sapere che l’operazione non esclude che loro la possibilità di avere dei figli.

Leggi Tutto

Prima gravidanza senza complicazioni? È possibile

La gravidanza può essere uno dei periodi più belli della vita di una donna, ma deve essere vissuta bene e senza complicazioni. La prima gravidanza è un’incognita e proprio per questo sono molte le paure su come affrontarla e sulle complicazioni che potrebbero presentarsi.

Lucy C. Chappell, specializzata in medicina materna e fetale, con i suoi colleghi ha analizzato 5.628 donne durante la loro prima gravidanza per cercare e analizzare tutti quegli elementi che determinano un periodo di attesa sereno e senza complicazioni. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista British Medical Journal e le conclusioni sono che per le donne che non hanno mai avuto figli avere una gravidanza senza complicazioni è possibile e dipende da diversi fattori, per arrivare a questo risultato è necessario però intervenire apportando dei cambiamenti al proprio stile di vita molto prima dell’inizio della gravidanza.

Lo sviluppo del progetto della dottoressa Chappell è partito dalle ultime linee guida del NICE (National Institute for Health and Care Excellence) che sottolineano “l’importanza di guardare alla gravidanza come a un normale processo fisiologico”. Lo studio osservazionale e prospettico ha coinvolto donne provenienti da paesi di due continenti: Regno Unito, Irlanda, Nuova Zelanda e Australia. L’approccio è stato totalmente positivo: l’attenzione è stata focalizzata sui fattori che hanno portato le donne in gravidanza a trascorrere i nove mesi senza complicazioni e non su quelli che avrebbero potuto causare le complicanze. Marian Knight del NICE ha affermato nel suo editoriale che questo studio è “perfettamente in linea con l’idea di una gravidanza meno medicalizzata”.

Dalla valutazione del campione di donne analizzato, i ricercatori hanno indicato la presenza di fattori che riducono le possibilità di portare a termine una gravidanza senza complicazioni come un aumento dell’indice di massa corporea, l’abuso di alcol e di droghe nel primo trimestre e l’incremento dei valori di pressione diastolica e sistolica.

Gli autori dello studio hanno evidenziato che, tra gli elementi che favoriscono una gravidanza priva di complicazioni, ci sono fattori sui quali è possibile intervenire e altri sui quali purtroppo non è possibile agire.

Fra gli elementi che influenzano la gravidanza su cui è possibile intervenire c’é: il consumo di frutta almeno tre volte al giorno. Fra quelli immodificabili vengono citati ad esempio: una storia personale di ipertensione durante l’uso di contraccettivi orali o di sanguinamento vaginale in gravidanza e una storia familiare di complicazioni legate all’ipertensione in gravidanza.

La Knight specifica che le modifiche dello stile di vita verso comportamenti sani devono avere inizio molto prima della gravidanza.

Leggi Tutto

Strategie per un buon sonno in gravidanza

Le donne nei nove mesi di gravidanza sono sottoposte a continui cambiamenti, da quelli fisici a quelli ormonali. L’aumento di progesterone causa sonnolenza specialmente nei primi tre mesi di gestazione.

La National sleep foundation (Nsf) statunitense ha rilevato che: il 78% delle donne del campione studiato ha avuto un sonno più disturbato in gravidanza rispetto agli altri periodi della vita; il 51% ha fatto almeno un pisolino quotidiano; il 60% almeno uno durante i week end dei mesi di attesa.

La Nsf ha evidenziato i diversi i problemi che affliggono più comunemente le donne in attesa e gli accorgimenti che possono risolverli o per lo meno lenirne gli effetti per avere un buon sonno in gravidanza. Sono aiuti non farmacologici, che non hanno controindicazioni né per la madre né per il bimbo:

Insonnia: è un problema che può portare ad una considerevole diminuzione di ore di sonno. Le maggiori cause sono sia fisiche come la nausea, il mal di schiena e i movimenti del feto, sia psicologiche come lo stress, la preoccupazione del parto, della salute e della vita del nascituro e della vita da genitore. Soluzioni: per migliorare l’insonnia ed aumentare il benessere fisico, salvo parere contrario del proprio medico, sarebbe opportuno dedicare almeno mezz’ora ogni giorno ad un’attività fisica moderata. Dormire appoggiate sul fianco sinistro favorisce l’afflusso del sangue e dei nutrienti al feto. È consigliato posizionare il cuscino sotto l’addome o dietro la schiena e cercare di dormire il minor tempo possibile supine. La funzione del pisolino pomeridiano è molto importante per recuperare le ore di sonno perse durante la notte e non arrivare a sera stremate, ma è meglio riposare nelle prime ore del pomeriggio per non rischiare di perdere altre ore di sonno la notte seguente.

–  Sindrome delle gambe senza riposo: questa sindrome provoca formicolii e dolori alle gambe che aumentano notevolmente nelle ore notturne. Soluzioni: un valido accorgimento è quello di consultare il proprio medico per valutare i livelli di folati e ferro, perché la loro carenza aggrava i sintomi di questa sindrome, e se dovessero essere troppo bassi si può cambiare alimentazione integrandola con queste sostanze.

–  Reflusso gastroesofageo: la crescita del feto lo porta a spingere sugli organi interni e quando ciò accade sullo stomaco i succhi gastrici risalgono fino all’esofago. Anche il reflusso si verifica maggiormente durante le ore notturne. Soluzioni: evitare pasti troppo abbondanti, pietanze ricche di spezie, cibi fritti e cibi acidi.

–  Frequente necessità di urinare: assolutamente tipica della gravidanza, più fastidiosa nelle ore notturne perché obbliga ad interrompere il sonno. Soluzioni: bere molta acqua durante la giornata, ma evitare di assumerne tanta nelle ore prima di andare a dormire.

Leggi Tutto

Cefalea in gravidanza

La cefalea che affligge le donne in gravidanza non deve essere assolutamente sottovalutata, è un problema che potrebbe causare danni ed è necessario rivolgersi immediatamente al proprio medico.

Infatti da uno studio condotto da tre Università italiane, Torino, Pavia e Modena-Reggio Emilia, su un campione di 702 donne incinte si è evidenziata la maggiore incidenza di parti prima del termine della gravidanza tra le donne che hanno sofferto di cefalea.

Per questo la conclusione dello studio è che le donne che in stato interessante soffrono di cefalea devono essere inserite in specifici protocolli di cura per gravidanze ad alto rischio per tutti i nove mesi di gestazione.

L’analisi, condotta da Luca Marozio dell’Università di Torino e dai suoi colleghi, aveva un obiettivo importante: capire se la cefalea fosse un fattore di rischio indipendente per la gravidanza.

Le donne che hanno preso parte allo studio al momento del ricovero avevano un’età gestazionale compresa fra le 11 e le 16 settimane e sono state intervistate da tre ricercatori specializzati nella diagnosi di cefalea secondo i criteri dell’Ichd-II (International classification of headache disorders). Sono state poi seguite in tutta la gravidanza fino alla raccolta di tutti i dati riguardanti l’esito del parto e in special modo: l’età gestazionale alla nascita, le modalità del parto, se naturale o cesareo, il peso, l’altezza del neonato e il suo percentile.

Fra i risultati dell’analisi evidenziamo che i parti pretermine sono stati in numero maggiore nelle donne affette da cefalea con il 7,6% rispetto a quelle che non hanno avuto questo disturbo in cui la percentuale è stata del 2,8. Fra i bambini nati dalle donne con cefalea, 6 su 367 avevano alla nascita un peso inferiore ai 2 kg, pari all’1,6%.

Un dato rilevante è che nel gruppo di donne gravide affetto da cefalea, le madri che sono dovute ricorrere ad un cesareo o all’induzione al parto sono state meno di quante previsto nelle visite di controllo. Ciò pone in evidenza la propensione delle donne incinte soggette a cefalea al parto spontaneo prima del termine della gravidanza.

Leggi Tutto

QUESTO SITO UTILIZZA COOKIE, ANCHE DI TERZE PARTI, PER SERVIZI IN LINEA CON LE SUE PREFERENZE SCELTE. Maggiori Informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi