Maggior rischio di asma per il feto esposto al fumo paterno

Se, durante i nove mesi di gravidanza, il feto viene esposto al fumo passivo di tabacco da parte del padre, il bambino nato potrà avere maggiori possibilità di essere affetto da asma entro i primi sei anni di vita: questo è ciò che emerge da un importante studio realizzato sui cambiamenti chimici nel DNA.

Il dottor Kuender Yang, del Nationale Defence Medical Center di Taipei, Taiwan, e i suoi ricercatori hanno analizzato 756 bambini fino ai sei anni. Uno su quattro è cresciuto nel grembo materno con accanto un padre fumatore e solo tre madri del gruppo campione erano fumatrici. Il dottor Yang ha affermato che i bambini che hanno subito un’esposizione prenatale al fumo paterno di più di 20 sigarette al giorno hanno mostrato un rischio considerevolmente più elevato di sviluppare l’asma rispetto ai bambini che non sono stati soggetti a tale esposizione.

Dall’osservazione è risultato che il 31% dei bambini con il padre che ha fumato tabacco durante la gestazione ha sviluppato asma, mentre solo il 23% dei bambini non esposti al fumo paterno ne sono stati colpiti. Inoltre, si è evidenziato che l’asma era più presente nei figli di padri grandi fumatori, infatti, circa il 35% dei bimbi con padri grandi fumatori hanno avuto l’asma, rispetto al 25% di quelli con padri che fumavano poco e ancora rispetto al 23% di quelli con padri che non avevano mai fumato durante la gravidanza.

I ricercatori hanno, inoltre, prelevato dei campioni di DNA dal sangue del cordone ombelicale dei bambini appena nati e attraverso un’analisi hanno scoperto che più i padri avevano fumato durante la gestazione e più era presente una modificazione del DNA su tre geni che hanno un ruolo specifico nella funzionalità del sistema immunitario e nello sviluppo dell’asma. Lo studio ha destato molto interesse perché, anche se è noto da tempo il legame fra l’aumento dell’asma nei bambini e l’esposizione al fumo in gravidanza, ha messo in evidenza che ad essere nocivo per il feto nel grembo materno non è solo il fumo della madre, ma anche quello del padre. 

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Minor rischio di diabete con una vita sana

Per le donne che hanno sofferto di diabete gestazionale durante la gravidanza riuscire a seguire entro il sesto mese dal parto uno stile di vita sano, basato su una corretta alimentazione e su un costante esercizio fisico, è un valido aiuto per ridurre il rischio di diabete che potrebbe presentarsi in futuro.

Questi i risultati di uno studio che è stato pubblicato sulla rivista medico-scientifica Frontiers in Endocrinology e che è stato coordinato alla dottoressa Maria Inês Schmidt, del programma post-laurea in Epidemiologia all’Universidade Federal do Rio Grande do Sul di Porto Alegre in Brasile. I risultati hanno fatto emergere che la conduzione di un corretto stile di vita dopo il parto può portare dei benefici alle donne con un pregresso diabete gestazionale. Gli autori della ricerca hanno affermato nella pubblicazione che il diabete di tipo 2 è in aumento fra i giovani e i controlli che vengono effettuati durante la gravidanza per verificare la presenza della variante gestazionale rappresentano un’ottima opportunità per la prevenzione perché il rischio di essere soggette al diabete e alle sue eventuali complicazioni negli anni futuri può essere attenuato da un sano stile di vita e di conseguenza dalla successiva mancanza di un aumento di peso

Con l’obiettivo di verificare l’efficacia degli interventi che vengono somministrati alle donne in cui è stato riscontrato il diabete gestazionale, i ricercatori hanno analizzato gli studi trattati su questo argomento che sono stati pubblicati e registrati negli archivi biomedici più rilevanti fino al mese di maggio del 2018.

La dottoressa Schmidt ha spiegato che su 1.895 articoli identificati dai ricercatori, ne sono stati selezionati 15 riguardanti l’incidenza del diabete e le variazioni dei valori di glicemia a digiuno o dopo carico, di questi solo uno trattava l’allattamento al seno.

È emerso che gli studi che avevano esaminato l’incidenza di un sano stile di vita intrapreso entro i sei mesi precedenti la data del parto indicavano una riduzione intorno al 25% del rischio di diabete per gli anni successivi.

L’autrice ha concluso dichiarando che – nonostante l’effetto benefico sia inferiore rispetto a quello emerso dagli studi classici sulla conduzione dello stile di vita nella prevenzione del diabete tra soggetti più anziani – i risultati ottenuti dai dati della ricerca evidenziano che una dieta corretta e l’esercizio fisico costante nelle donne che durante la gravidanza hanno avuto il diabete gestazionale potrebbero avere un potenziale significato clinico per gli effetti positivi che producono sulla prevenzione del diabete. Infine la dottoressa Schmidt e i suoi collaboratori auspicano nuovi studi per definire i programmi alimentari e di attività fisica per queste donne e per documentarne l’efficacia.

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Colestasi gravidica: un esame del sangue per accertarne i rischi

La rivista scientifica inglese The Lancet ha recentemente pubblicato un nuovo studio sulla colestasi intraepatica della gravidanza. La colestasi gravidica è una patologia epatica che può insorgere durante la gravidanza, soprattutto durante il terzo trimestre, ma può presentarsi in qualsiasi periodo della gestazione. Il sintomo principale si manifesta con un prurito fastidioso localizzato principalmente nelle zone dei palmi delle mani e delle piante dei piedi, ma può estendersi ad altre parti del corpo.

I risultati della ricerca hanno evidenziato che le donne con gravidanze singole soggette a colestasi intraepatica della gravidanza e con una concentrazione di acido biliare nel sangue di almeno 100 μmol/L hanno un rischio più elevato di partorire un bimbo senza vita.

 

I ricercatori auspicano che questa scoperta possa essere un valido aiuto per i medici nell’identificazione di quella bassa percentuale di donne che presentano un elevato rischio di colestasi gravidica, in modo tale da prevenire la morte intrauterina.

 

La dottoressa Caroline Ovadia, del King’s College di Londra, è la principale autrice dello studio.  La ricerca si è basata sulla valutazione di 109 studi, i risultati hanno messo in evidenza che la probabilità di partorire un bambino senza vita si è riscontrata in 45 casi su 4.936 donne affette da colestasi intraepatica della gravidanza (pari allo 0,83%) rispetto a 519 su 163.947 gravidanze di controllo (corrispondente allo 0,32%). Nelle gravidanze singole è emerso che la mortalità fetale è associabile alla concentrazione dell’acido biliare totale, ma non al valore dell’alanina aminotransferasi. Infatti, la mortalità fetale si è verificata in 3 casi su 2.310 di donne con colestasi intraepatica della gravidanza con con colestasi intraepatica della gravidanza con acidi biliari totali nel siero inferiori a 40 μmol/L, in 4 casi su 1.412 casi di donne con acidi biliari totali di 40-99 μmol/L e in 18 su 524 casi con valori di acidi biliari di 100 μmol/L o più. 

Gli autori hanno specificato che la maggior parte delle donne con colestasi intraepatica in gravidanza presenta concentrazioni di acidi biliari al di sotto di questo valore e per questa ragione è possibile che il rischio di morte fetale sia da paragonarsi a quello delle donne in gravidanza nella popolazione generale, confermando che è molto importante che i test di valutazione dell’acido biliare vengano eseguiti in maniera regolare, come da prescrizioni mediche, fino al momento del parto.

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Quando nascerà?

Una delle prime domande che si pone una donna quando aspetta un bambino e una delle più frequenti che le vengono poste una volta comunicata la gravidanza è: quando nascerà? La presunta data della nascita è molto importante perché è il traguardo da raggiungere per avere la gioia più grande: tenere fra le braccia il proprio bambino.

 Non c’è un metodo di calcolo universale per tutte le future mamme perché la durata del ciclo mestruale può variare caso per caso. Teoricamente si calcolano 266 giorni dalla data del concepimento per avere il giorno in cui potrebbe nascere il bambino.

 Un esempio di calcolo: ipotizziamo di dover calcolare la data presunta del parto di una donna che ha avuto un ciclo mestruale regolare di 28 giorni. Bisogna partire dalla data del concepimento, che in questo caso potrebbe essere identificata nel 14° giorno del ciclo. Per fare il calcolo poniamo che la data dell’ultima mestruazione sia stata il 1° gennaio, il ciclo mestruale successivo sarebbe dovuto iniziare il 29 gennaio.

La data del concepimento si calcola: 29 gennaio -14 giorni = 15 gennaio.

La data presunta del parto potrebbe essere: 15 gennaio + 266 giorni = 8 ottobre. Se i cicli mestruali sono di 28 giorni regolari, si può calcolare la data presunta della nascita con un altro procedimento semplice e veloce: dal primo giorno dell’ultima mestruazione bisogna sottrarre 3 mesi e aggiungere 7 giorni. Ipotizziamo di dover calcolare la data presunta del parto di una donna che ha avuto un ciclo mestruale della durata media di 24 giorni. Bisogna partire dalla data del concepimento, che in questo caso potrebbe essere identificata nel 14° giorno del ciclo. Se la data dell’ultima mestruazione è il 1° gennaio, il ciclo successivo sarebbe dovuto iniziare il 25 gennaio.

La data del concepimento si calcola sempre: 25 gennaio – 14 giorni = 11 gennaio.

La data presunta del parto potrebbe quindi essere: 11 gennaio + 266 giorni = 4 ottobre.

Per le donne che invece hanno un ciclo molto lungo, di 35 giorni, si calcola che il concepimento avvenga verso il 21° giorno. Proponiamo un esempio anche in questo caso. Se la data dell’ultima mestruazione è il 1° gennaio, il ciclo successivo sarebbe dovuto iniziare il 5 febbraio.

La data del concepimento si calcola: 5 febbraio – 14 giorni = 22 gennaio.

La data presunta del parto potrebbe quindi essere: 22 gennaio + 266 giorni = 15 ottobre.

 È importante ricordare che spesso la data del parto viene anticipata di alcuni giorni è questo è del tutto naturale, infatti, i bambini che nascono in anticipo fino a 21 giorni non vengono considerati prematuri. Allo stesso modo possono verificarsi dei ritardi e in questo caso è necessario sottoporsi ad un monitoraggio per verificare lo stato di salute del nascituro e per procedere con l’induzione del parto entro la 42° settimana di gestazione

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Mamma dopo i 35 con il parto cesareo

L’età in cui oggi si diventa mamma si è allungata molto rispetto ai decenni passati e i parti dopo i 35 anni sono sempre più frequenti.

Uno studio pubblicato sulla rivista Canadian Medical Association Journal (CMAJ) ha dimostrato che partorire con il parto cesareo per le donne con più di 35 anni comporta per la mamma un rischio più elevato del verificarsi di complicanze gravi rispetto al parto vaginale.

La dottoressa Diane Korb, prima autrice dello studio, del Robert Debre Hospital e INSERM di Parigi, ha affermato che i medici devono prendere seriamente in considerazione questo aumento del rischio nel momento in cui con le loro pazienti determinano la modalità migliore di esecuzione del parto, soprattutto quando si trovano di fronte a donne che hanno una gravidanza in tarda età.

Negli ultimi venti anni, il numero di parti che avvengono attraverso il taglio cesareo è aumentato in modo considerevole, fino ad arrivare ad una donna su cinque che partorisce con questa modalità, anche se non sempre necessaria e con motivazioni discutibili dal punto di vista clinico. La dottoressa Diane Korb ha evidenziato che le complicanze, che la madre potrebbe subire dopo essere stata sottoposta ad un parto cesareo, possono derivare proprio dalla patologia che ha portato a scegliere di far nascere il bambino attraverso il taglio cesareo oppure dall’intervento chirurgico. Per queste ragioni è strettamente necessario valutare con molta attenzione quale associazione sia presente fra parto cesareo e complicanze materne.

Affinché il lavoro dei ricercatori francesi potesse raggiungere risultati esaurienti, è stata presa l’analisi dei fattori di rischio del più ampio studio EPIMOMS, in questo modo è stato possibile confrontare 1.444 madri che avevano avuto delle gravi complicanze dopo il parto con altre 3.464 neo-mamme che nei diversi controlli seguenti al parto non hanno avuto alcun problema. Le neo-madri erano residenti in sei regioni francesi.

L’analisi si è svolta tenendo conto dei diversi fattori che avrebbero potuto influenzare i risultati e non sono state inserite nello studio le donne soggette a patologie prima della gravidanza che avrebbero potuto far sorgere delle complicanze.

La ricerca ha fatto emergere che le donne sottoposte a parto cesareo prima o durante il travaglio hanno un aumento delle possibilità di gravi complicanze post-parto. Questo dato è emerso soprattutto nelle partorienti che avevano un’età superiore ai 35 anni. Rispetto alle donne che hanno messo al mondo il bambino con parto vaginale, le neo-mamme sottoposte al taglio cesareo con un’età inferiore ai 35 anni hanno avuto probabilità circa 1,5 volte più elevate di essere soggette a gravi complicanze, mentre nelle madri di età compresa e superiore ai 35 anni queste probabilità sono risultate addirittura quasi raddoppiate.

La dottoressa Korb ha concluso dichiarando che alcuni medici eseguono parti attraverso tagli cesarei a causa dell’età avanzata della donna, probabilmente anche seguendo l’idea che non si verificheranno ulteriori gravidanze. Questa modalità dovrebbe essere cambiata per evitare di esporre senza motivo le donne di oltre 35 anni a gravi rischi di salute.

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Alti livelli di radiazioni elettromagnetiche

A San Francisco, in California, é stata condotta una ricerca sugli effetti provocati sulle donne in gravidanza sottoposte ad esposizioni costanti

di radiazioni elettromagnetiche.

La rivista Scientific Reports ha pubblicato i risultati ottenuti da questo lavoro.

Il dottor Kun Li del Kaiser Permanente di Oakland, in California, ha coordinato lo studio che ha portato ad affermare che alti livelli di radiazioni elettromagnetiche che vengono assorbiti dalle future mamme durante il periodo della gestazione, aumenterebbero di quasi tre volte la possibilità di avere un aborto spontaneo.

Lo studio, condotto nell’area di San Francisco, ha analizzato un campione di 900 donne in gravidanza a cui è stato chiesto di indossare, per un’intera giornata, dei misuratori di campi elettromagnetici.

Dall’analisi dei risultati si è evidenziato come le donne che sono state esposte ad un quantitativo più alto di radiazioni hanno avuto un rischio più elevato di 2,7 volte di essere soggette ad aborto spontaneo in confronto alle donne che sono risultate esposte a livelli più bassi.

Queste considerazioni sono emerse dopo aver adeguato i risultati ai possibili fattori di errore come ad esempio età della donna, il suo livello d’istruzione e la dipendenza dal fumo.

Non è stato possibile identificare singolarmente le fonti di emissione delle radiazioni, ma si è potuto, invece, costatare che le fonti tradizionali, come ad esempio le linee elettriche, generano campi elettromagnetici a bassa frequenza,

mentre altre fonti come i cellulari emanano campi elettromagnetici con frequenze più alte.

I ricercatori che si sono dedicati a questo studio hanno affermato che campi elettromagnetici, vengono prodotti da diversi dispositivi di uso comune come i cellulari, gli apparecchi wireless e anche i piccoli elettrodomestici, ciò comporta un’esposizione ambientale per tutti sempre presente ovunque, diventando una sfida importante per la salute pubblica.

I risultati spingono verso la necessità di approfondire lo studio continuando a condurre altre ricerche sui possibili danni causati dalle radiazioni a livello di salute pubblica. Il dottor Li ha concluso auspicando che questo studio contribuisca a far ricredere le persone sulla convinzione che l’esposizione costante a radiazioni elettromagnetiche sia sicura e che non produca effetti dannosi sulla salute.

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La crescita del feto

La crescita del bambino segue determinate tabelle di riferimento per peso e altezza. Non deve destare preoccupazione se le misure indicate nelle tabelle non corrispondo a quelle del feto perché sono molti gli elementi che concorrono a determinarle, come ad esempio la predisposizione genetica e il sesso del nascituro. L’importante è che lo sviluppo avvenga in maniera costante e seguendo mediamente gli stessi livelli di crescita. Sarà il ginecologo a dare ad ogni mamma le giuste valutazioni. Ecco cosa accade nelle più importanti settimane di gravidanza.

Nella 3° settimana di gravidanza, l’embrione è piccolissimo, un puntino grande come la capocchia di uno spillo, è in questo momento che si impianta nelle pareti dell’utero.

Nella 4° settimana, è possibile vedere dall’ecografia la camera gestazionale nell’utero della futura mamma.

Nella 5° settimana, iniziano a formarsi tutti gli organi più importanti, come il cuore e il cervello.

Nella 6° settimana, l’embrione ha raggiunto la lunghezza di 6-7 mm e cresce alla velocità di 1 mm ogni giorno. Il cuore inizia a battere.

Nell’8° settimana, la testa è diventata la parte più grande del corpo e iniziano a delinearsi le orecchie e la bocca del piccolo. Anche le braccia e le gambe si allungano e compaiono le dita delle mani e dei piedi.

Nell’11° settimana, la lunghezza del feto, dal cranio fino all’osso sacro, è di 5 cm. Si sono formati i genitali, ma è ancora presto per stabilire esattamente con l’ecografia il sesso del nascituro.

Nella 13° settimana, il feto deglutisce, ha il singhiozzo e fa la pipì. Si individuano i primi movimenti nell’utero, ma solo a livello ecografico perché la mamma generalmente non è ancora in grado di sentirli.

Nella 16° settimana, il piccolo è lungo 16-18 cm dalla testa ai talloni. I reni funzionano e producono molta urina che si trasforma in liquido amniotico. Con l’ecografia si può conoscere il sesso del bambino.

Nella 18° settimana, inizia la formazione delle unghie e dello strato di grasso sotto la pelle.

Nella 20° settimana, il feto pesa circa 250 gr e la madre è in grado di sentirne i movimenti.

Nella 23° settimana, il bambino sente i suoni esterni, impara a conoscere la voce e il battito del cuore della mamma.

Nella 26 settimana, il piccolo è lungo 33-34 cm. Percepisce la luce e gli danno fastidio i suoni forti.

Nella 28 settimana, apre e chiude gli occhi. I polmoni crescono più velocemente e cambia la proporzione fra testa e corpo.

Nella 31° settimana, il bimbo è lungo 41 cm e la sua pelle assume le caratteristiche definitive.

Nella 34° settimana, il piccolo respira autonomamente. I movimenti hanno diversa intensità e frequenza. È molto importante che la madre senta la vitalità del figlio. Il peso può aumentare anche di 30 gr al giorno.

Nella 35° settimana, il bambino misura 46-47 cm e dovrebbe essere in posizione corretta per il parto, con la testa verso il basso.

Nella 38° settimana, il piccolo è pronto per venire al mondo. La sua pelle è rosea.

Nella 40° settimana, il nascituro pesa 3-3,2 kg circa e la lunghezza è intorno ai 50 cm.

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Estate col pancione, come viverla al meglio

Sta arrivando l’estate, la bella stagione da vivere all’aperto, ma arriveranno anche le alte temperature e il caldo torrido che per le future mamme possono rappresentare un problema in tutti i nove mesi della gravidanza, anche se con manifestazioni differenti. Infatti il caldo e l’afa sono molto difficili da sopportare durante i mesi di gestazione perché gli sbalzi ormonali che caratterizzano lo stato di gravidanza causano la dilatazione dei vasi sanguigni con il conseguente aumento della sudorazione e della percezione del calore.

In quasi tutto il primo trimestre di gravidanza, la donna che si trova a dover affrontare un clima con temperature molto elevate potrebbe essere soggetta ad un aumento del rischio di diabete gestazionale e addirittura avere un parto pretermine.

Nelle ultime settimane di gravidanza, il calore eccessivo potrebbe causare molti malesseri di diversa gravità come l’aumento del gonfiore soprattutto agli arti inferiori, affaticamento, difficolta a respirare, giramenti di testa e parto pretermine.

Durante la stagione calda la donna in attesa potrebbe essere soggetta a crampi muscolari. L’eccessivo sudore con i liquidi fa eliminare i sali minerali e la mancanza di potassio, magnesio e calcio causano dell’insorgere dei crampi nei muscoli. Un aiuto naturale che eviti l’insorgere degli spasmi muscolari è l’assunzione di più di due litri di acqua durante la giornata e nutrirsi con alimenti ricchi di sali minerali e vitamine che compensino quelli persi durante la sudorazione, come la frutta e la verdura.  

Bere molta acqua è fondamentale per integrare i liquidi che si perdono con il calore, come importante è anche nutrirsi con cibi leggeri; la futura mamma deve evitare di arrivare ad uno stato di disidratazione che potrebbe far crescere il rischio di infezioni urinarie.

Assumere molti liquidi nella giornata, ma non ghiacciati altrimenti si rischia una congestione. È consigliabile non bere bevande zuccherate.

Possono sorgere anche edemi, che consistono in ristagni di sangue localizzati nelle estremità inferiori del corpo. Rimedi naturali adatti anche per le donne in gravidanza e che possono essere praticati sempre e con facilità sono le docce fredde alle gambe e il riposo tenendo gli arti inferiori sollevati da dei cuscini.

Possono capitare anche svenimenti, appena si avvertono i primi sintomi, come giramento di testa, senso di debolezza, sudorazione fredda, sensazione di nausea e vista annebbiata, bisogna farsi portare in un luogo fresco e ben areato e assumere la posizione sdraiata con le gambe sollevate, è necessario avere la testa rivolta verso il basso per agevolare il flusso sanguigno e riprendere i sensi.

Pericolosi possono essere i colpi di calore, che causano un veloce aumento della temperatura corporea oltre i 40°, è indispensabile abbassare immediatamente la temperatura bagnandosi con acqua tiepida e rivolgersi ad un medico.

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Influenza: rischiosa in gravidanza

Ormai il brutto tempo è passato, ma gli sbalzi di temperatura che si verificano nell’arco della giornata mettono a rischio la salute facendo ancora vittime di malattie da raffreddamento e dell’influenza.

Uno studio condotto in cinque diversi Stati americani, sotto la guida di Kim Newsome, dai ricercatori dei Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie (Cdc) di Atlanta ha messo a confronto i dati emersi al momento del parto di 490 donne in stato di gravidanza che sono state colpite dal ceppo H1N1 di influenza-A con i dati di oltre 1.451 donne che non hanno contratto nessuna forma influenzale e che hanno partorito nello stesso anno e infine con i dati di 1.446 donne senza influenza che sono diventate mamme l’anno precedente.

È risultato che le donne in gravidanza che sono state colpite da una forte forma influenzale che le ha costrette ad un ricovero in terapia intensiva hanno avuto molte più probabilità di essere sottoposte a parti prematuri con la conseguente nascita di bambini sottopeso rispetto alle gestanti che hanno avuto un’influenza di lieve entità e a quelle che non ne sono state soggette.

Le donne ricoverate in terapia intensiva con infezioni gravi da H1N1 hanno avuto quasi quattro volte più probabilità di far nascere bambini prematuri e/o sottopeso rispetto alle altre future mamme facenti parte del campione. Inoltre, queste prime neomamme hanno avuto possibilità otto volte superiori alle altre di avere bimbi con punteggi Apgar bassi. Questo punteggio rispecchia i valori della valutazione del benessere generale del nascituro e viene calcolata subito dopo la nascita.

L’autore principale dello studio, Kim Newsome, ha specificato che anche questa ricerca ha avvallato i risultati dei precedenti lavori che hanno evidenziato l’aumento dei rischi sulla salute per i bambini nati da donne che durante la gravidanza sono state gravemente malate di influenza. I casi di grave influenza sono rari, ma è bene trattare la malattia precocemente per evitare che prenda forme gravi e pericolose.

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Come difendersi dalle zanzare in gravidanza

Ci stiamo avvicinando all’estate e con il sole e il caldo purtroppo tornano anche le zanzare, che ormai sono presenti in tutte le ore della giornata. Oggi sul mercato ci sono molti repellenti che aiutano a tenerle lontane e ad evitare che ci pungano, ma bisogna stare molto attenti a quali usare, soprattutto se si è in dolce attesa, per essere completamente sicure che non abbiano effetti negativi.

Anche le donne in gravidanza e in allattamento e i bambini con età superiore ai due mesi, come afferma il Cdc – Centro americano per il controllo delle malattie, possono far uso di antizanzare seguendo scrupolosamente alcune indicazioni. Gli esperti del Centro confermano che i repellenti contro le zanzare presenti sul mercato possono essere considerati sicuri per chi li utilizza ed efficaci contro gli insetti, ma vanno usati attenendosi alle istruzioni. I repellenti che contengono olio di Eucalyptus citriodora o paramantandiolo devono essere adoperati solo dai bambini di età superiore ai tre anni.

Gli studiosi hanno specificato che se si sta facendo uso di creme solari, è importante applicare il repellente antizanzare dopo aver spalmato la crema. Il metodo migliore di utilizzo dei repellenti spray, specialmente sui bambini, è di spruzzarlo sulle mani dell’adulto e poi passarlo sul corpo evitando accuratamente di toccare occhi, naso, bocca e anche le mani del piccolo. Meglio evitare di spruzzarlo direttamente sul bambino. I repellenti vanno usati solamente quando necessario e quando non si è più in presenza degli insetti è meglio toglierli dalla pelle lavandosi accuratamente.

Vanno applicati solo sulla pelle esposta che non abbia ferite o irritazioni e non sotto ai vestiti. Dopo l’applicazione lavare bene le mani per evitare di ingerire il prodotto.

Il suggerimento degli esperti sui prodotti da acquistare ricade solamente su quelli contenenti principi attivi registrati perché non si è a conoscenza dell’efficacia di quelli non registrati, anche se si tratta di prodotti naturali. Infatti i prodotti naturali non sono stati sottoposti a studi, quindi, anche se non dovrebbero esserci rischi, questi non sono stati esclusi scientificamente. Inoltre sono solitamente meno efficaci, quindi si è meno protette dalle punture delle zanzare.

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